QUALE RIFORMA PER QUALE SPORT

Prof.ssa Silvia Lolli

Con la mia riflessione esamino quale potrà essere la riforma dello sport italiano.

A tale riguardo, i discorsi che generalmente si fanno mi sembrano esageratamente circoscritti a mondi tuttora separati, che faticano ad interagire all'interno del sottosistema sportivo.

Sociologicamente, ma anche politicamente, oggi diventa difficile individuare chiaramente i confini dei diversi settori dello sport; non possiamo però evitare di esaminare tutte le sfaccettature dello Sports System per poter meglio riformare, cioè riorganizzare il sistema nel suo complesso.

Bisogna ricordare che l’odierna globalizzazione, ormai presente nello sport, non permette più neppure di fare riferimento soltanto all’autoreferenzialità nazionale e a considerare la nostra tipicità di sviluppo l’unica possibile soprattutto con la crisi del Welfare State.

A questo punto occorre comprendere, sia all’interno del sistema sia al suo esterno, tutte le correlazioni indispensabili per evitare una riforma a se stante che risulterebbe ben presto inefficace. Elenco velocemente alcuni temi ai quali occorrerebbe fare riferimento:

1) comprendere all’interno dello Sports System il sistema scolastico, perché, nonostante la nostra incompletezza (vedi scuola elementare e materna) la prima educazione sportiva avviene o dovrebbe essere offerta nella scuola, soprattutto primaria.

2) Ricordare che con il Decr. Leg. I 78/98 siamo finalmente arrivati alla trasformazione degli ISEF in laurea in Scienze Motorie, anche se i non sono troppo sicure le modalità con cui avverrà questa trasformazione, cioè la sua implementazione.

3) Osservare continuamente l’ambiente che sta ai margini del sistema sportivo più organizzato e nel quale possiamo rintracciare moltissime pratiche sportive, nuove o tradizionali, svolte in forma molto spesso individualizzata.

4) Analizzare molto più estesamente, per non incorrere in errori interpretativi, la sentenza Bosman che sociologicamente sta, a mio modesto parere, contribuendo all’espansione della globalizzazione dello sport e conseguentemente allo smantellamento dei confini nazionali e delle identità nazionali finora espresse attraverso lo sport. A ciò e correlata la professionalizzazione dello sport e l’importanza che a fianco delle Federazioni Internazionali e Nazionali stanno assumendo le Leghe e le organizzazioni professionistiche. Qui, per rimanere all’Italia sta il problema attuale di avere una Lega professionistica, che ha obiettivi e funzioni propri regolamentata ancora all’interno e sottoposta perciò ad alcuni vincoli della Federazione. C’è spesso un conflitto in atto che abbiamo per esempio potuto rilevare qualche tempo fa con il Commissariamento della FIGC e della Lega Calcio. Fra l’altro posso rilevare che un ex presidente Coni come Carraro, diventato Presidente della Lega non può comunque garantire, dopo le trasformazioni accennate sopra, alla Federazione il rispetto dei suoi obiettivi. Se analizzassimo il suo linguaggio lo troveremmo abbastanza cambiato rispetto alla sua precedente Presidenza CONI; basterebbe osservare lo svolgimento della questione diritti televisivi, ma anche quella degli arbitri.

5) Accanto al fenomeno della globalizzazione il nostro Sports System deve inoltre comprendere l’indispensabile sviluppo del decentramento amministrativo, ed in parte legislativo, che sta avviandosi anche in base ai principi della Costituzione.

Si possono trovare altre correlazioni: si può cominciare dalla scuola e dalla formazione degli operatori non solo perchè sono insegnante di educazione fisica e ho partecipato ai lavori di Gruppo di Governo per la trasformazione degli ISEF o perchè ho approfondito il tema delle professioni dello sport, ma perchè sono convinta che se vogliamo mettere in pratica una vera riforma dello sport dobbiamo fare riferimento all’idea di DIRITTO ALLO SPORT PER OGNI CITTADINO (considero la cittadinanza non solo nazionale, ma oggi almeno europea). Riprendo la prima carta europea del 1976, cioè mi riferisco allo "stato nascente" di questo concetto in Europa, perché sugli altri a mio parere si sono innestate interpretazioni e riproposte un po’ di parte, nelle quali il nostro sviluppo organizzativo ha certamente influito. In questo documento si fa riferimento al DIRITTO per tutti i cittadini, cioè alla garanzia per ognuno di accedere allo sport, nell’ambito dell’offerta di uguali opportunità.

L’accesso però non può prescindere, oltre che dalle "facilities", cioè dai luoghi che si possono offrire, dalla conoscenza, cioè dall’educazione allo sport.

Un’educazione che è prima di tutto "Educazione al movimento, attraverso il movimento" per riprendere il motto trasmesso con il corso multimediale "Educazione motoria di base" che il CONI ha progettato assieme allo IEI, Istituto Enciclopedico Italiano, per aiutare il MPI a predispone l’aggiornamento dei maestri italiani ai Nuovi programmi della scuola elementare in vigore dal 1990. Ricordo che questo programma è stato fatto proprio anche dalle singole federazioni e dagli EPS. Dunque è soprattutto l’educazione al movimento del proprio corpo nell’ambito della complesso della personalità ciò che consente ad ogni cittadino di poter accedere al diritto allo sport, perché lo conosce.

Perciò gli operatori dovranno essere preparati anche a livello universitario per garantire la migliore educazione possibile, oltre che la sua migliore organizzazione.

Per inciso e fatta questa premessa, l’Università italiana non deve avere paura di comprendere al suo interno discipline caratterizzanti il movimento dell’uomo, che infatti dovrebbero qui trovare PARI DIGNITA’ CULTURALE, cioè SCIENTIFICA, delle altre discipline. Purtroppo con il recente riordino dei settori scientifico disciplinari individuanti le aree per gli imminenti concorsi universitari, si è VOLUTO ancora una volta DIMENTICARE il Decr. Legislativo dello scorso anno nel quale già il Governo indicava, su delega parlamentare, i nuovi settori disciplinari tipici ed indispensabili per la nuova laurea.

Oggi partire da queste problematiche poi vuol dire delegare alle Regioni la loro conoscenza, in un quadro più ampio di criteri generali di indirizzo. Ad esempio dovrebbe essere la Regione a stabilire l’organizzazione della formazione scolastica ed universitaria, almeno esistono norme in merito per migliorare la programmazione territoriale.

In campo sportivo tuttavia, a fronte della trasformazione di cui sopra e della disoccupazione degli attuali diplomati ISEF, che rispetto alla ricerca condotta qualche anno fa anche dal Prof Porro mi sento di quantificare attualmente e per difetto nella misura di un 40%, c’è in questo momento una PERICOLOSA rincorsa, da parte di qualsiasi soggetto conosciuto o sconosciuto, a propone la formazione in questo campo. Ciò produce spesso una formazione soltanto di tipo autoreferenziale, oltre che non oggettivamente e sufficientemente valutata e valutabile.

Purtroppo sembra che anche in altri paesi europei a noi vicini (mi riferisco alla Francia) non si riesca oggi a riflettere a sufficienza sul fenomeno, almeno stando alle discussioni emerse al Congresso di "SportA venir" organizzato dai Pays de la Loire a Nantes, dove la nostra Regione èstata invitata a partecipare nell’ottobre scorso. Si cerca di trovare una soluzione al problema della disoccupazione, soprattutto giovanile, almeno osservando le iniziative prese in Francia e che sembra si stiano proponendo anche da noi; mi riferisco al titolo di alcuni convegni che anche recentemente organizzazioni sindacali o di promozione sportiva o di associazionismo hanno effettuato.

Nella riforma dello sport che si dovrà fare non si può pensare di ricostruire un sistema chiuso, autoreferenziale a se stesso, soprattutto nel settore della formazione degli operatori; si dovrebbero invece decidere regole non interne, ma universali, nelle quali i professionisti avranno la libertà di muoversi. In questa direzione andava la proposta europea, che oggi mi sembra dimenticata, sui 5 livelli di formazione, all’interno della quale la Spagna nel 1992 aveva definito le preparazioni, universitarie e non, delle professioni sportive. Purtroppo di quei documenti si sono fatte alcune revisioni, spinte io credo anche dalla visione particolaristica dell’Italia, in quanto alle riunioni europee per il nostro paese sono stati presenti per lo più membri esterni alla formazione a livello universitario e comunque ancora una volta il sistema sportivo federale non tiene conto delle altre agenzie, più istituzionali, di formazione.

Al di là di queste considerazioni penso che in futuro si dovrà certamente tener conto che la formazione risulterà più efficace, meno rigida e più aperta al nuovo a livello istituzionale (scuola e università) coinvolgendo in essa l’associazionismo; ma non si può assolutamente continuare a non definire i diversi livelli di competenza delle professionalità, perché vorrebbe dire:

1) mantenere l’attuale anarchia, spesso a discapito dei più preparati (inefficacia del sistema formativo); l’anarchia è provocata dalla mancanza di regole chiare, più universali (nazionali ed europee) in questo campo.

2) Aumentare la conflittualità fra professionisti e coloro che ancora impropriamente si stanno definendo in molti ambiti sportivi, "volontari".

A questo proposito c’è una legge che dovrebbe essere quanto meno rivista, sempre nell’ambito della riforma che si sta proponendo; mi riferisco alla L. 80/86 che dà la possibilità di definire volontario l’operatore che in campo sportivo percepisce, oltre al rimborso spese, anche una quota di indennità di preparazione, esentasse, fino ad un massimo di L. 90.000 per 4 volte la settimana e per un periodo dell’anno sportivo che può essere compreso fino a 45 giorni prima dell’inizio delle competizioni e 15 giorni dopo la loro fine. Chiedo a Voi se ciò può considerarsi ancora volontariato e se deve essere mantenuto esentasse? Sul termine "volontariato sportivo" si dovrebbe veramente discutere.

Volendo fare una comparazione e non per rivendicare corporativamente dei diritti, ma solo per dare elementi di riflessione, ricordo che un insegnante di educazione fisica che intende fare gruppo sportivo nella scuola (al massimo per 6 ore settimanali), intanto non può richiedere rimborso spese sui Km. che percorre fra casa e scuola anche se lavora in altra provincia e non può chiedere rimborso spese per i pasti, a meno che non sia ad una gara dei campionati Studenteschi; inoltre riceve per ogni ora di gruppo sportivo 1/78 del proprio stipendio che, dopo 10 anni di insegnamento diventa, al lordo delle ritenute, circa 15.000 lire.

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