
Lisa nel paese delle dune
Reportage di Josto Maffeo
pubblicato da Weekend & Viaggi
Doppia pagina di apertura: Lisa
scala una duna con le racchette.
Nella foto piccola: veicolo
bruciato e abbandonato presso Kerzak.
«Mi piacerebbe, ma queste sono cose per scapoli o per coppie senza figli. Con un bambino di sei anni, noi le vacanze-avventura le leggiamo sulle riviste specializzate». La solita scusa e la conseguente rassegnazione. Quante volte abbiamo sentito addossare ai figli, soprattutto quando sono piccoli, la responsabilità di mancate avventure, di frustrati appuntamenti con rotte inconsuete, con mille possibilità di aprire le mappe e tradurre sogni, percorsi, ebbrezze ed incontri in realtà a portata di mano? E procrastinare sine die l'appuntamento con la Groenlandia o l'Amazzonia, I'Himalaia o il Sahara. Per esempio, con quest'ultimo, il principe dei deserti cosi a portata di mano, là sotto, appena superato lo stagno del Mare Nostrum. Eravamo convinti (ora ne abbiamo le prove) che i bambini erano e sono più una scusa che un ostacolo. Ma bisognava dimostrarlo. Lo abbiamo potuto fare recentemente grazie all'iniziativa congiunta di Weekend & Viaggi, della rivista spagnola AutoAventura 4x4 e del quotidiano Il Messaggero di Roma, che fin dall'inizio hanno creduto di poter infrangere, con la dovuta prudenza, un tabù familiare. Perchè ebbrezza insieme
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Lisa era stata preparata con gite in montagna,
zaino sulle spalle e poca acqua.
Ma anche dal punto di vista psicologico e intellettuale...
significa complicità e solidarietà; esperienza insieme è arricchimento; l'apertura di nuovi orizzonti è tornare a casa più tolleranti, meglio disposti a comprendersi. E con i figli ne vale maggiormente la pena. Abbiamo scelto il Sahara perchè è alla portata di qualsiasi automobilista italiano e abbiamo scelto un periodo a cavarlo tra agosto e settembre perchè dovevamo provare in condizioni estreme, quando la temperatura raggiunge la soglia del tollerabile. Abbiamo percorso un itinerario per nulla infernale, ma ci siamo addentrati su piste sabbiose e zone balorde. Abbiamo rischiato in diversi momenti, ma nei limiti del ragionevole. Il tutto per garantirci un margine sufficiente a sapere che, in una stagione meno torrida, su un percorso più agevole e con una preparazione meno accurata, il Sahara è possibile anche con i bambini. Sennò, chiedetelo a Lisa, sette anni, che ci ha dato una lezione di resistenza e che si dichiara entusiasta dell'esperienza e pronta a ripeterla quanto prima. Un Nissan Patrol di serie con una buona messa a punto (ma va bene qualsiasi berlina in buone condizioni purchè non troppo bassa); qualche nozione di meccanica (quando fate la messa a punto dell'auto, assistete al lavoro del vostro meccanico di fiducia tempestandolo di domande); i ricambi essenziali (cinghie, manicotti, filtri, ecc.); due tavoloni per gli insabbiamenti (valgono poche migliaia di lire e sono tanto efficaci quanto le costose piastre in lega di alluminio); un bidone per l'acqua; alcuni farmaci (antidiarroici, antistaminici, antibiotici, disinfettanti, antipiretici, bende, pillole di cloro per l'acqua) e la certezza di essere sani, soprattutto che lo siano i bambini. E poi la scelta del mezzo per approssimarci alla costa mediterranea africana. Noi abbiamo optato per il ferry che collega l'andalusa Almeria a Melilla, l'enclave spagnola sulla costa marocchina. A due passi sta la frontiera marocco-algerina di Oujda-Maghnia, poi la città di Tlemcen, anticamera del Sahara ai piedi delI'Haut Plateau. Lisa era stata preparata qualche mese prima. Escursioni montane di fine settimana, zaino sulle spalle e un certo razionamento dell'acqua. Lunghe camminate guidati dalla bussola, spiegando alla bambina il funzionamento dello strumento e il significato dell'orientamento, soprattutto i rischi e gli inconvenienti del disorientamento. Poi la preparazione psicologica ed intellettuale: la monotonia e il fascino della desolazione, l'ebbrezza della scalata sulle dune di sabbia, la diversità di usi e costumi, l’inutilità di tanti gadgets che ci circondano, la vitale importanza di cose per noi banali. Soprattutto l'acqua. Una constatazione, quest'ultima, che non si è fatta attendere e che Lisa ha registrato su suo quaderno dopo un centinaio di chilometri nel deserto dell'Haut Plateau, quando due dei tanti ragazzini pastori che vagano nella desolazione ci hanno fermati per chiederci appunto dell'acqua. La loro guerba, la pelle di capra che mantiene l'acqua fresca per effetto dell'evaporazione, era ormai vuota e di pozzi nei dintorni neppure a parlarne.

Immagini di un viaggio che pareva impossibile (dall'alto):
la piccola Lisa incontra i nomadi presso Taghit,
poi si avvicina ai bambini di Ighzer e distribuisce caramelle.
Qui sopra a sinistra, la famiglia: Josto Maffeo, la figlia Lisa
e la moglie avvolti nei cheches.
A destra: insabbiamento sulla pista Tit - ln Salah.
Quarantacinque, cinquanta gradi di temperatura sull'auto, fuori l'inferno aggravato dal vento torrido e dalle tormente di sabbia che ci hanno accompagnati per quasi tutti i 4300 chilometri del nostro itinerario. Ma la bambina ha mostrato appena qualche segno di insofferenza, immersa nel suo ruolo di osservatrice di un mondo sconosciuto, attenta alle operazioni di routine, per esempio il metodico inumidimento del panno che avvolgeva un bidoncino d'acqua, che per effetto dell'evaporazione si manteneva sempre fresca. Su asfalto malandato, ma pur sempre asfalto, abbiamo superato Beni Ounif, frontiera militare con il Marocco,

poi una giornata nella grande Bechar e il primo impatto con cibi forti per il palato di un bambino: per esempio, la chomba, una zuppa a base di cipolle, carne d'agnello, carote, pomodori, pepe e cannella. Ma non ci sono stati problemi. Quasi vent'anni dopo la nostra prima esperienza sahariana, credevamo che il deserto non avrebbe potuto più affascinarci tanto. Ma non avevamo fatto i conti con il contagio: come è successo nella bellissima oasi di Taghit, quando, dopo aver visitato i cunicoli dell'antico csar, Lisa ha infilato le sue racchette da sabbia ed ha cominciato, estasiata, la sua lunga scalata a una duna del Grand Erg Occidentale. Eccolo, l’oceano di sabbia finissima cotta dal sole, il deserto come lo sognano i bambini. E Lisa lo ha scoperto in silenzio, lo ha conquistato scalandolo per poi allargare le braccia nell'impossibile tentativo di abbracciarlo. Una immagine, quella della bambina alle prese con l’immensità, che inebria, giustifica da sola tutto il viaggio e cancella la fatica. Dalle pitture rupestri sulle rocce tra le dune di Taghit abbiamo costeggiato per oltre quattrocento chilometri il Grand Erg Occidentale. Superate la bella Beni Abbés (che dispone di un buon hotel con un rispettabile ristorante) e l’oasi di Kerzak, deviamo ad est verso la Transahariana per fare una capatina a Timimoun, la grande oasi rossa di stile sudanese. Una giornata di sosta bighellonando per lo csar e il souk, l’ordinato mercato ortofrutticolo, poi l'avventura nell'avventura approfittando di una giornata di vento non troppo caldo: il percorso della Sebkha, una sessantina di chilometri di piste sul fondo di quello che fu un grande lago salato. Ci accompagnano Nicole ed Alain, una simpatica coppia di francesi di Lille che abbandona momentaneamente la Yamaha Ténéré e si inoltra con noi sulle piste che portano alle oasi di Massine, Badrianne, la bella Iglizer con il suo csar ocra scavato nella collina, che contrasta con la candida cupola di Sidi Abderrahman. E ci fanno festa nella minuscola oasi di Tlalet, dove Lisa è affascinata dalle canalizzazioni delle foggaras, fa amicizia con un gruppo di bambini e assiste alla prima delle numerose cerimonie dei té che d'ora in poi non potremo rifiutare. Dopo un buon gelato alla fragola che purtroppo sa un po' di latte condensato (ma come si può criticare un rniracoloso gelato nel Sahara?), abbandoniamo Timimoun e rifacciamo a ritroso una parte del percorso fino al bivio per Sbaa, Adrar e Reggane, a sud verso il terribile Tanezrouft («là dove non c’è nulla», nel dialetto locale), il deserto nel deserto. Lisa è stata una dei primi a notare che qualcosa
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Immersi in una tormenta che schiaffeggia e cancella le tracce
degli altri veicoli, ci rendiamo conto di essere fuori pista.
Sull'auto si avverte una certa tensione.
Lisa, serissima, muove le labbra: confesserà che stava pregando...
stava cambiando: la temperatura in aumento e i conseguenti segni di insofferenza; ore e ore senza incrociare veicoli; la quasi totale scomparsa di europei (i pochissimi incoscienti come noi che stanno laggiù in piena estate sono i passeggeri di due veicoli torinesi, uno fiorentino ed uno britannico), ma tutti ben rintanati nelle camere climatizzate dell'unico hotel di Adrar, dove si fa dogana per andare in Mali. Facciamo un ulteriore rifornimento di meloni, i nostri compagni di viaggio in tutte le escursioni sahariane. Se ne acquistano alcuni maturi, altri prossimi alla maturazione ed altri ancora acerbi che però matureranno rapidamente. Per la bambina sono fondamentali: per l'apporto vitaminico, perchè dissetano e perchè sono immuni da manipolazioni che potrebbero creare guai intestinali. A Reggane, oasi che è il "punto di non ritorno" per chi affronta il Tanezrouft (ci limitiamo appena a saggiarlo perchè nei suoi 640 chilometri di silenzio e di desolazione ha mietuto non poche vite), Lisa collabora a uno dei più movimentati safari notturni: la caccia a rapidissimi scarafaggi giganti e ad altri inquilini indesiderati ma abituali di quel tugurio senz'acqua, senza ospiti, senza maniglie, senza tutto ma con tantissimi e chiassosissimi bambini, che però porta l'insegna "Hotel". Alcune ore di dormiveglia, peggio di quando abbiamo dovuto scegliere i gratuiti e tranquilli alberghi sotto il firmamento, rannicchiati nell'auto. All'alba abbandoniamo il tugurio senza immaginare che stiamo andando a caccia di guai. Dobbiamo coprire i 300 chilometri che, rotta est, separano Reggane da In Salah, sulla Transahariana. I primi 108 chilometri, fino ad Aouief, sono di asfalto malandato, ricordi di quello che fu asfalto, uscite fuoripista,

un po' di tóle ondulè, sabbia poco abbondante e pietraia. La bambina si diverte, sballottata qua e là mentre sul sedile posteriore lotta con matita e quaderno per mettere giù un po' di appunti sul suo diario di bordo. A Tit la decisione: meglio abbandonare l’idea della vecchia pista che passa per la foresta pietrificata; ci dicono che negli ultimi due anni è stata abbandonata, praticamente non esiste più. Entriamo in quella di fech-fech e sabbia, con tratti di pietraia balorda, che passa per l'oasi di In Ghar, 140 chilometri di vuoto fino ad In Salah. Ma un'ora e mezza più tardi, insabbiamento dietro insabbiamento, immersi in una tormenta che schiaffeggia con violenza, cancellando le deboli tracce dei pochi veicoli passati negli ultimi giorni, ci rendiamo conto di trovarci fuori pista. Attendere che il vento ammaini, magari per un'intera giornata, oppure tentare di andare avanti malgrado tutto? Dopo alcune ore di continuo lavoro con le piastre e la pala, sotto un sole particolarmente spietato, si stabilisce che ci siamo persi ma non siamo disorientati: la bussola dice che a est sta l’oasi di In Ghar, a ovest Tit e a nord, molto a nord, l'altipiano del Tademait. Ma non vediamo nulla e sull'auto si avverte una certa tensione. Scopriamo che la bambina, serissima, muove le labbra; più tardi ci confesserà che stava pregando. Decidiamo di cercare l'antica pista e ripercorrerla in direzione ovest. Immersi in quella fastidiosa nebbia di sabbia, sei ore più tardi scorgiamo in lontananza una sagoma gialla. Il binocolo ci dirà che è un fuoristrada locale. Voliamo sulla sabbia e sul fech-fech, stavolta non affondiamo e qualche minuto più tardi lanciamo un bengala rosso. Ci vedono, i nostri veicoli convergono, Lisa rompe il silenzio: "Mamma, papà, siamo salvi!". Dopo una lunga attesa in una capanna di fango prossima ad un pozzo, otto ore più tardi, letteralmente volati i 140 chilometri di sabbia, eccoci a In Salah, la più torrida oasi del Sahara, sulla Transahariana. Due giorni per riprendere fiato nell'unico hotel, quello dove gli europei si danno appuntamento prima di puntare per Tamanrasset, affollata Piccadilly Circus del deserto. Il resto del viaggio registra i 400 chilometri di pista fino ad El Golea,

sul grande altiplano del Tademait, poi una lunga sosta a Ghardaia, la grande ed affascinante pentapoli dove Lisa scopre un ottimo hotel con due piscine che non vorrebbe abbandonare. E nel percorso, il più grande sorriso della bambina quando, nella minuscola oasi di Hassi Ladjar, dona al maestro Ben Chick la sua bicicletta da cross per i bambini del villaggio. Per loro che non hanno mai visto una bici è festa e Lisa riceve in cambio una borsa targui, quella dei tuareg, che contiene versetti portafortuna del Corano. Poi è asfalto, la sabbia si dirada, ma c’è ancora sole, ancora caldo. Puntiamo verso nord, verso Algeri ed il Mediterraneo. A bordo abbiamo una bimba felice, indubbiamente più ricca, più comprensiva e tollerante di quanto lo fosse prima. La stessa che voltandosi indietro dopo le ultime dune ci rivolge il più bello dei rimproveri: "Ma, papà, perchè non mi. hai portato prima nel deserto?". Già, perchè?