JULIUS EVOLA TRA LE SEDUZIONI DEL RAZZISMO E LA RICERCA DI UNA ANTROPOLOGIA ARISTOCRATICA DURANTE IL FASCISMO
GIOVANNI MONASTRA
Nella vasta produzione culturale di Julius Evola (1898 -1974) gli studi che ha dedicato al problema delle differenze tra i le cosiddette "razze" presentano un aspetto "duplice". Da una parte, nelle idee di base, rivelano la concezione che ne permea tutta l'opera per quel che concerne il criterio di disuguaglianza sia tra i singoli che tra i gruppi umani, concezione che ritroviamo anche in molte sue opere dedicate ad argomenti di ordine metafisico, come lo studio sul buddismo (1). Dall'altra, per quel che concerne il tipo di sviluppo che l'Autore credette di dover dare al suo pensiero antropologico in risposta alla contingenza, cioè al particolare "clima" politico e culturale degli anni trenta e quaranta, bisogna dire che si entra in un settore dell' opera evoliana la cui concatenazione logico-causale con le premesse da lui stesso poste rimane talora problematico. Dopo tali osservazioni va affermato con chiarezza che definire lo studioso italiano un "razzista" tout court, quasi che la sua produzione si fosse limitata solo o principalmente a tale settore, si palesa come un falso, poichè trascura i numerosi settori, dalla filosofia idealistica all'arte, dalla metafisica alla politologia, in cui ha lasciato un segno di rilievo nella storia della cultura, come hanno riconosciuto autori del rango di Benedetto Croce o Marguerite Yourcenar. Nè la semplice presenza del paradigma "antiegualitario" come struttura portante del suo pensiero può giustificare una definizione così riduttiva, poichè, in tal caso, moltissimi autori potrebbero essere definiti "razzisti", da Guènon a Platone, da Nietzsche a Coomaraswamy. Evola non si interessò al razzismo sulla scia delle leggi promulgate dal Fascismo italiano nel 1938, come fecero invece molti "intellettuali" che, all'improvviso, si scoprirono una profonda vocazione razzista, prima mai sospettata. Certo in lui lo spirito del tempo esercitò alcuni pesanti condizionamenti, ma anche lo stimolò a sviluppare alcune idee, come abbiamo già accennato, il che, per altro, avvenne molto prima che in Italia si sollevasse a livello ufficiale la questione ebraica e il "problema" del meticciato. Il suo personalissimo approccio al razzismo aveva l'ambizione di applicare la visione del mondo "tradizionale" (2), come veniva intesa da lui, ad un particolare aspetto della realtà: la differenza e la specificità come caratteri qualificanti sia i singoli che gli aggregati umani. Neanche nel periodo in cui Evola dedicò un certo impegno a enucleare una "dottrina della razza", troviamo nei suoi scritti l'ossessione di subordinare ogni cosa al mito del sangue e alla sua cupa mistica, come avveniva spesso tra i neofiti e gli "esperti" dell'argomento.
L'Autore, attento a tutti i fermenti politico-culturali presenti nell'Europa del suo tempo, già nel 1930 aveva cominciato ad interessarsi in profondità del tema "razzismo", scrivendo su riviste quali Vita Nova e Bilychnis alcuni saggi assai polemici verso le idee espresse dai nazionalsocialisti (3). In questi scritti troviamo, in nuce, tutto il pensiero evoliano sull'argomento, che poi egli avrebbe elaborato più estesamente in libri come Sintesi di Dottrina della Razza, Indirizzi per un'educazione razziale, Tre aspetti del problema ebraico, Il Mito del Sangue e nella introduzione ai Protocolli di Sion.
Bisogna innanzitutto precisare che per Evola il termine "razza" è sinonimo di "qualità" (nel linguaggio comune si suole dire per una persona di valore che è "un uomo di razza", con un significato simile a quello ripreso dal nostro Autore). Siamo quindi in presenza di un attributo qualificante dell'essere umano e non di un termine che rimanda a un ente collettivo, biologico, che verrebbe a porsi in primo piano. La "forma" come elemento attivo, dinamico, individuante, rappresenta l'essenza del particolarissimo razzismo evoliano. Nella scala dei valori che lo sostanzia ogni entità atta a differenziare, a dare specificità ai singoli e ai gruppi umani, risulta preminente rispetto a ciò che rende "uguali": infatti per Evola l'eguaglianza esiste solo dove vige una dimensione indifferenziata, oscura, che costituisce un "meno" rispetto a ciò che si eleva, si contraddistingue, emerge con una sua specifica configurazione, un suo volto. L'Autore richiama, a questo proposito, l'opposizione di caos e cosmos, passività e attività, materia e spirito. L'antropologia aristocratica di Evola intende caratterizzarsi tramite il suo fondamento metafisico, per una struttura rigorosamente verticale e, al contempo, organica. L'uomo, secondo studioso italiano, non costituisce un caso fortunato nel cieco processo evolutivo, nè un "servo" del Dio cristiano, un credente in una religiosità considerata sospetta ed evanescente, in quanto spesso nemica del mondo, visto come regno della superbia e del peccato. Per Evola, che si richiama alle dottrine tradizionali non-cristiane, l'uomo vero, integrale, concentra in sè più dimensioni, è una struttura unitaria che si esprime a più livelli gerarchizzati: biologico, psichico e spirituale. Come ha scritto Elemire Zolla , "una volta individuate le topografie dell'uomo interiore tipiche delle varie civiltà, con stupore ci si accorge che esse sono sovrapponibili. L'interiorità appare suddivisa nell'identico modo in ogni tradizione, secondo un archetipo permanente: ...l'uomo... tende a suddividersi in un corpo, un'anima e uno spirito... Tutto ciò che è esterno all'uomo, vige e ha vigore spirituale soltanto se allude a ciò che gli è interiore" (4). In analogia Evola delinea una tipologia tripartita, con una razza del corpo, una razza dell'anima e una razza dello spirito, di cui andremo analizzando i caratteri specifici. L'antropologia evoliana, quindi, non aspira ad essere il prodotto di un pensiero "originale" in senso moderno, individualistico, ma vuole riallacciarsi ad una Sapienza universale e perenne, posta in una dimensione archetipica, la quale si incarna in forme specifiche, in base alle esigenze di tempo e luogo. In definitiva lo sforzo intellettuale e dottrinario di Evola tende a risalire non all'indietro nel tempo, ma all'interno, in profondità, verso ciò che viene ritenuto il nucleo centrale, trascendente, unitario, in cui si radicano tutti gli aspetti delle società basate sul sacro, le uniche complete perchè realizzate su varie dimensioni, in analogia con la figura integrale dell'uomo. Lo sforzo di chi intende, quindi, analizzare, in modo oggettivo, il pensiero dello studioso italiano dovrebbe indirizzarsi principalmente verso l'aspetto "applicativo" delle idee "tradizionali" nella versione evoliana, per disvelarne eventuali forzature e deviazioni riconducibili alla particolare "equazione personale" dell'Autore, ai suoi pregiudizi e, in definitiva, all'aspetto puramente individuale della sua azione intellettuale. La problematicità, prima richiamata, deriva proprio da tale pericolo, elevatissimo in un campo come quello che ci accingiamo ad esaminare, data la sua alta componente emotiva, sia in sè che in riferimento al particolare periodo storico nel quale operò Evola. In generale ogni traduzione di una tradizione, specie se operata in un'epoca in cui il sacro si è oscurato e i valori spirituali sono stati ridotti ad semplici opzioni interiori, private, risulta molto difficile: nulla in questo campo va accettato acriticamente, confondendo i principi con le particolari applicazioni o versioni.
Per lo studioso italiano l'uomo non vale tanto preso in sè, al pari di un atomo, di un numero, ma deve essere considerato come "membro di una comunità" (5). L'uomo si qualifica, cioè, non in quanto individuo ma in quanto persona, portatore e detentore di rapporti organici, di relazioni orizzontali e verticali, erede di tradizioni.
Contro il concetto borghese illuminista della cultura come elemento cerebrale, che si può imparare a piacimento, a condizione solo di volerlo e di possedere le capacità intellettuali necessarie, Evola oppone le doti comportamentali, ritenute fondamentalmente innate: coraggio, fedeltà, volizione, senso dell'onore, intimo atteggiamento rispetto al mondo e alla vita. Qualora tutto ciò manchi, egli afferma che ben poco possono valere un'intelligenza brillante e una cultura sconfinata, in quanto sono prive di una valenza etico-spirituale: esse sono più che altro riferibili all'aspetto strumentale-meccanico della totalità "uomo" e vanno poste, quindi, in una posizione gerarchicamente subordinata. Così il razzismo, nella versione "tradizionale" declinata da Evola, esprima una forte valenza antirazionalista, oltre che antindividualista, in nome di fattori superrazionali, opposti a quelli irrazionali e istintivi, tipici invece delle concezioni razziste in auge negli anni trenta. In conclusione la razza non può venire ricondotta al solo ambito culturale, razionale o naturale-biologico. Come risulta evidente tale ordine di idee assai particolare entra in conflitto con molti miti radicati nella mentalità contemporanea. Il richiamo alla dimensione trascendente induce Evola ad affermare che le differenze tra gli uomini derivano da cause interne, ma non in senso fondamentalmente naturalistico, anche se l'aspetto biologico va considerato al suo livello. Bisogna quindi condannare ogni concezione scientista che sostituisce "all'azione meccanica dell'ambiente ... il fatalismo dell'eredità" (6). Sarebbe infatti privo di senso criticare l'ambientalismo in nome di una teoria qualitativamente analoga, rimanendo sempre prigionieri del determinismo materialista. In ambedue i casi la personalità costituisce poco più che una semplice parola , priva di un vero corrispettivo nella realtà. Il razzismo inteso come "materialismo zoologico" non costituisce per Evola un passo avanti rispetto all'egualitarismo. In un articolo pubblicato su La Difesa della razza (7), il quindicinale diretto da Telesio Interlandi, sulle cui pagine talora apparvero interventi davvero ignobili, privi di qualsiasi dignità e serietà, tesi solo a dipingere nei modi più ripugnanti "i nemici della razza italiana" (sic!), in particolare gli Ebrei, Evola precisò in maniera molto chiara il suo pensiero circa il valore della personalità in una prospettiva razziale, contraddicendo, tra l'altro, molte idee fatte proprie dal gruppo dirigente della rivista (oltre a Interlandi, c'erano Landra, Cipriani, Cogni). "L'eredità razziale può ... paragonarsi a un patrimonio raccolto dagli avi e trasmesso alla discendenza. Non vi è determinismo, perchè alla discendenza, entro certi limiti, è concessa una libertà d'uso nei riguardi di un tale patrimonio: lo si può assumere, potenziarlo, trarne in vario modo il massimo rendimento, come ci si può dare invece a dissiparlo e a distruggerlo. Da ciò che una eredità sia spirituale, sia biologica gli ha trasmesso potenzialmente, il singolo può dunque, in fedeltà alla sua razza e alla sua tradizione, trarre le forze per raggiungere una perfezione personale e per valere come una perfetta incarnazione dell'ideale di tutta una stirpe; ovvero egli può contaminare questo retaggio, può dissiparlo". Come conseguenza di quanto affermato, Evola sottolinea l'importanza del ruolo della personalità anche in questo campo e quindi la necessità di "destare un senso preciso di responsabilità nel singolo". Ecco apparire un elemento caratterizzante la concezione evoliana: la centralità fondamentale delle scelte di ciascun essere umano, il diritto di accettare o rifiutare, di dire si o no, e, al contempo, il dovere dello Stato di rendere consapevole il singolo del significato delle sue scelte, ma senza gli ossessivi richiami a misure coercitive e violente , così comuni nelle argomentazioni dei razzisti dell'epoca. Evola perseguiva principalmente una rivoluzione spirituale radicale, una metamorfosi delle coscienze. La razza, essendo una "potenzialità", una "energia formatrice", si lega all'aspetto attivo, dinamico, creativo dell'uomo. Evola sposava un deciso antideterminismo che si traduceva sia nel rifiuto della concezione meccanicista dell'uomo, di stampo ereditarista o ambientalista, sia nel rigetto del progressismo, inteso come una concezione lineare della storia, ottimisticamente fatalista, venata sempre da un radicale orizzontalismo. Per Evola la dottrina della razza demolisce l'illusione di un continuo progresso dell'umanità, concetto astratto e fittizio, e la sostituisce con una visione agonista e polemologica, basata sulla lotta, l'ascesa e l'eventuale declino delle razze. E qui potremmo trovare riferimenti anche in autori lontani da ogni idea di tipo "discriminatorio", come, ad esempio, il sociologo polacco Ludvik Gumplowicz (1838 - 1909), il cui sistema teorico organicistico antiprogressista si rifà addirittura alle idee e alle intuizioni di uno studioso arabo, il tunisino Ibn Khaldùn (1332-1406). In Evola questa lotta eterna, ciclica, non risulta, però, chiusa in sè, non riveste le sembianze di un cieco incedere di carattere naturalistico, ma piuttosto risulta aperta al trascendente, alla sua influenza di ordine supernaturalistico, discostandosi così da ogni concezione positivistica più o meno influenzata dal darwinismo. In definitiva, alla riduzione della storia a un unico soggetto, l'umanità, e a un unico destino, il progresso, viene opposta una concezione plurale, animata da protagonisti irriducibili gli uni agli altri, cioè le grandi razze, e avente vari e differenti risultati, tutt'altro che prevedibili e scontati: il che significa che ci si può aspettare sia un esito verso la realizzazione di civiltà superiori, sia verso la barbarie e il caos. Ciò oggi può apparire condivisibile per molti, al di là dell'opzione "razzista", ma certo non lo è stato a lungo in passato, quando il Mito del Progresso costituiva il sottofondo duro di ogni concezione della storia di carattere maggioritario, per cui le sorti future dovevano necessariamente essere luminose e certo molto migliori rispetto a quelle presenti (la Grande Promessa, secondo cui tutti gli uomini si sarebbero affrancati dai bisogni e avrebbero raggiunto la felicità e l'eguaglianza, dominando e sfruttando la natura per mezzo della tecnica). Ancora: alla moderna "ideologia economica" secondo cui l'agire umano viene determinato, in ultima analisi da motivazioni mercantili (massimizzazione del profitto), attinenti alla sfera edonistica, egoistico-materiale, il razzismo evoliano oppone un quadro di lotte la cui radice più profonda risiede in una dimensione ove primeggia il "valore" e non l' "utile". Se la verità, a livello metafisico puro, è una, per Evola, quando essa si manifesta nel mondo, nelle sue diverse espressioni formali ("modi diversi di concepire gli stessi valori supremi"), assume le specificità proprie delle varie razze, per cui si devono selezionare sia i contenuti della cultura dei popoli, sia le stesse "verità" (lo ripetiamo: "verità" derivate per adattamento ai luoghi e ai tempi di manifestazione della Verità unica, di ordine metafisico e quindi certamente di ordine universale e superrazziale). Esistono , quindi, secondo Evola, "verità", cioè formulazioni diverse, valide per una razza e non per un'altra. A tale proposito Piero Di Vona accusa la teoria evoliana di "materialismo mascherato e trasposto" (8), in quanto affermare che "la razza preesiste come razza eterna" (9) equivarrebbe a ridurre la dimensione spirituale a quella naturalistica, almeno nella comprensione della "grandissima maggioranza dei contemporanei". Qui ci sembra che Di Vona abbia centrato il vero nocciolo del problema, ossia l'aspetto terminologico, le sue ambiguità. Ma siamo convinti che accusare Evola di materialismo sia del tutto fuori luogo, anche in base a quanto già presentato circa le sue idee. Inoltre un altro attento studioso di quegli anni, Sergio Romano, dopo aver definito Evola "il più intelligente dei razzisti italiani", ha notato che l'Autore di Rivolta contro il Mondo Moderno "rovesciava a testa in giù le tesi positiviste sulla razza" (10), con ciò ponendosi agli antipodi del materialismo. Piuttosto, vorremmo rilevare in Evola una certa imprecisione lessicale, un uso eccessivo e ridondante del termine "razza", anche in ambiti e livelli in cui, dati gli intenti "pedagogici" dello studioso tradizionalista, ciò poteva dare luogo solo a confusioni e fraintendimenti nel pubblico, dalla mentalità inevitabilmente "moderna". E questo, in parte, ma solo in parte, può spiegare alcuni attacchi condotti contro il nostro Autore da studiosi di sinistra non del tutto accecati dalle prevenzioni (11). Evola fu criticato, però, anche sotto il profilo rigorosamente dottrinario, "tradizionale", dal Guènon per l' uso improprio del termine "razza", in luogo di "casta". Lo studioso francese si chiedeva se tale errore non derivasse da "una concessione piuttosto spiacevole nei confronti di certe idee correnti, che sono assolutamente molto lontane da qualsiasi spiritualità" (12). Di sicuro le imprecisioni di rilievo, presenti nel discorso evoliano, possono indurre a credere che per lo meno egli cadesse di fatto in un certo relativismo dei valori. Ma, al di là di tali riserve, se vogliamo comprendere realmente quanto Evola intendesse dire, va riaffermato che la sua critica alle forme ambigue di universalismo non deve essere confusa con il rifiuto verso qualsiasi realtà superiore unitaria, che, secondo quanto da lui più volte affermato, trascende e sintetizza la molteplicità: "l'unità può conciliarsi con la diversità" (13). E ad ulteriore chiarimento precisa: "Il vero senso della dottrina della razza è infatti l'avversione per quel che sta al di sotto o al di qua delle differenze, nei suoi caratteri di promisquità, di generalità, di non individuazione: contro quel che, invece, sta effettivamente al di sopra o al di là delle differenze, la dottrina nostra della razza non può avanzare delle serie istanze" (14). In un'altra occasione evidenzia il "limite che s'impone al criterio razzista della differenza e della dipendenza dei valori dalla razza. Questa dipendenza è reale e decisiva anche nel campo delle manifestazioni spirituali là dove si tratti delle creazioni proprie ad un tipo umanistico di civiltà, vale a dire a civiltà nelle quali l'uomo si è preclusa la possibilità di un contatto effettivo con il mondo trascendente e ha perduto ogni vera comprensione per le conoscenze relative ad un tale mondo proprie ad ogni tradizione veramente degna di tale nome. Quando di ciò però non sia il caso, quando si tratti di civiltà davvero tradizionali, l'efficienza delle stesse razze dello spirito non va oltre un certo segno, essa non riguarda il contenuto, ma la varia forma d'espressione che in un popolo o nell'altro, in un ciclo di civiltà o nell'altro, hanno assunto esperienze o conoscenze identiche e oggettive nella loro essenza, perchè riferentesi effettivamente ad un piano superumano" (15). In questo caso l'Autore si è espresso in modo più che esplicito, eliminando certe ambiguità di altri passi, per cui non dovrebbero più sussistere dubbi in proposito.
Per Evola le stesse razze non costituiscono monadi chiuse, ma almeno in molti casi presentano delle interrelazioni, che escludono ogni particolarismo separatista, vera trasposizione dell'individualismo al livello degli enti collettivi. Vediamo ora più dettagliatamente la tripartizione dell'essere umano che Evola riprende dal pensiero tradizionale. Lo spirito costituisce l'elemento superazionale e superindividuale, l'anima la forza vitale, la passionalità, la facoltà percettiva, il subconscio, connettendo lo spirito con il corpo, che è soggetto ai due livelli superiori. Così Evola delinea il rapporto reciproco che esiste tra i vari piani: "Pur obbedendo a leggi proprie, che debbono essere rispettate, ciò che nell'uomo è natura si presta ad essere organo e strumento di espressione e di azione per ciò che in lui è più che natura" (16). Analogia e corrispondenza costituiscono i cardini della normalità di tale rapporto. Nella concezione evoliana la "razza pura" non è una realtà banalmente biologica, come nella retorica nazionalsocialista con i suoi stereotipi costituiti da immancabili uomini biondi con gli occhi azzuri. La "razza pura" esiste invece quando si realizza una perfetta trasparenza e armonia tra corpo, anima e spirito, quando quest'ultimo ha unificato e domina l'intero essere umano. Al polo opposto Evola situa le "razze di natura", il cui centro si è spostato, per degenerazione, nell'elemento istintuale-collettivistico, subpersonale, divenuto autonomo e preponderante. La loro forma religiosa si identifica nel totemismo. Per lo studioso tradizionalista "nel mondo moderno, i popoli, in buona misura, quando mantengono ancora una certa purità razziale, è proprio in questo stato semi-spento che si trovano" (17). Ecco perchè il razzismo moderno cade nel biologismo: infatti non sa vedere oltre il corpo e una confusa anima, spesso appiattita sull'elemento fisico. Evola afferma che al di sotto di questo livello naturalistico le razze non esistono più: si trova solo un indistinto meticciato cosmopolita, senza volto, dove anche la "voce del sangue" rimane muta.
A proposito delle "razze di natura", talora nelle argometazioni del nostro Autore sembra presentarsi una certa approssimazione, dato che resta ambigua la loro origine effettiva (18). Al di là delle grandi razze (bianchi, gialli, ecc.), Evola distingue gli Arii o Indoeuropei in sei gruppi razziali, seguendo, ma solo in questo, la classificazione proposta dagli antropologi tedeschi H.F.K. Gunther e F.Lenz: nordici, mediterranei, falici, alpino-dinarici, orientali e baltici, presenti in varia misura in tutti i popoli dell'Europa attuale. Circa l'approccio evoliano alla biologia e all'antropologia, date le conoscenze dell'epoca, non si possono avanzare serie obiezioni: l'Autore dimostra sull'argomento una preparazione sufficientemente valida, pur essendo al di fuori della cerchia degli "addetti ai lavori". Infatti nei vari interventi commette un numero estremamente esiguo di errori, pressocchè insignificanti, che non incidono nella logica del discorso. Naturalmente l'antropologo moderno potrebbe osservare, a ragione, che la concezione biologica della razza, ripresa da Evola, oggi è stata sostituita da un'altra: una visione statistica delle differenze razziali ha preso il posto di quella basata su una descrizione compatta e troppo omogenea dei gruppi umani, propria alla cultura scientifica della prima metà del nostro secolo. Ma le argomentazioni dello studioso italiano vengono toccate solo in modo marginale da tali cambiamenti, non essendo questo il centro del discorso.
Per gli studi sul secondo livello, l'anima, l'Autore riprende alcune osservazioni e analisi condotte da Ferdinand Clauss, un marginale della cultura nazionalsocialista, alla fine anche osteggiato dal regime. Per Clauss (e per Evola), sul piano psicologico, le singole razze non si caratterizzano tanto nel possedere doti specifiche, ma nell'esprimere in modo diverso certi tratti del comportamento, cioè manifestando stili differenti. Così la fedeltà o l'eroismo non appartengono a una razza particolare, ma a tutte: piuttosto si palesano in modi diversi, ad esempio tra i nordici e i mediterranei. Siamo quindi lontano da ogni esclusivismo delle qualità, così caro a molti razzisti. "Secondo l'antico insegnamento tradizionale - scrive Evola - l'anima non è semplicemente ciò che la psicologia moderna ritiene, vale a dire un insieme di fenomeni e di attività soggettive, svolgentesi su una base fisiologica; per quell'insegnamento l'anima è invece una specie di ente a sè;... essa ha una esistenza propria, sue forze reali, sue leggi, una sua eredità, distinta da quella puramente fisico-biologica" (19). Quindi "esistono due linee distinte di eredità, l'una del corpo e l'altra dell'anima"(20), appartenenti però egualmente alle dimensioni orizzontali della realtà. L'una può influenzare l'altra e, talora, in epoche oscure, possono divergere e contrastare reciprocamente. Ma, precisa Evola, "l'unità dei vari elementi non avviene a caso e per leggi automatiche, ma in base a nessi analogici ed elettivi"(21). Risulterebbe, quindi, privo di senso considerare tale rapporto in una prospettiva meccanicista e determinista. Al terzo livello abbiamo le "razze dello spirito". Qui lo studioso italiano integra le conoscenze tradizionali con la tipologia formulata dallo svizzero Johann Jakob Bachofen (22), da cui riprende la stessa altisonante terminologia, trasmutandola nel suo sistema tripartito, operazione che gli permette di eliminare lo sfondo evoluzionista, proprio al Bachofen, riposizionando i vari soggetti "razziali" in una cornice involuzionsta, sotto il segno della decadenza dalla primitiva luminosità uranica al materialismo ctonio, secondo quanto insegna la dottrina tradizionale dei cicli cosmici, presente sia in ambito occidentale che orientale. Così l'elemento spirituale, espresso nella massima purezza dalla razza solare, contraddistinta da una severa calma olimpica e da un senso di autonomia e di "incrollabilità", si offusca e diviene sempre meno centrale e limpido nella razza lunare, che riflette la luce, e poi, via via, in quelle dionisiaca, amazzonica, titanica, afroditica e infine tellurica, dove Evola crede di rilevare l'apice dello oscuramento. Irrazionalità, elementarità cieca, estetismo, sensualità naturalistica, fatalismo, passività dello spirito, costituiscono i caratteri della decadenza interiore, alcuni presenti nella razza tellurica, altri in quella afroditica, nelle quali rimangono solo residui confusi di spiritualità. Al di sotto di tale livello, nella concezione evoliana, si troverebbero solo le già menzionate "razze di natura", chiuse a ogni trascendenza. Laddove si manifesta, la dimensione spirituale della stirpe costituisce l'eredità verticale dell'uomo, che tende a plasmare e dominare le altre due correnti di eredità, di tipo orizzontale: quella dell'anima e quella del corpo. Circa i tempi attuali, Evola sottolinea che le varie "razze dello spirito" sono tutte presenti, in proporzioni diverse, nelle differenti stirpi arie. Ma, considerando lo stato di estrema decadenza odierno, solo un'attenta ricerca può rinvenire caratteri "olimpici", o comunque spiritualmente levati, tra i popoli indoeuropei. Si tratterebbe sempre di singoli casi, di personalità fuori dal comune, talora anche appartenenti ai ceti più modesti. Nulla di analogo sarebbe invece rinvenibile a livello collettivo, dove si ondeggia tra le "razze di natura" e il caos etnico cosmopolita. Parlando della spiritualità aria (o ariana, secondo la moda dell'epoca) pura, non decaduta, Evola fa riferimento alla dottrina indù dei tre Gunas, sattwa, rajas e tamas, condizioni della esistenza universale, alle quali sono sottomessi tutti gli esseri manifestati e che ne determinano gli aspetti qualitativi più profondi. Qui la sua esposizione della dottrina tradizionale diviene oltremodo tendenziosa e inesatta: ad esempio, la qualità rajas viene erroneamente definita "ascendente", mentre va intesa come "espansiva" in senso orizzontale (23). L'obiettivo, scopertamente politico e apologetico, è di porre una analogia tra le supposte caratteristiche spirituali "tipiche" degli arii (calma, stile severo, chiarezza, dominio, disciplina) e le qualità rajasiche, come se poi gli stessi attributi non potessero essere rilevabili in popoli di altro ceppo, quali, solo per portare un esempio, i giapponesi! Sia per il fraintendimento di cui abbiamo detto, sia per l'imprudenza di certi abbinamenti arbitrari nel loro esclusivismo gratuito, ci sembra che il discorso evoliano, sotto il profilo "tradizionale", in questo caso risulti assai debole. Una teorizzazione molto più convincente è forse quella enunciata da Frithjof Schuon (24), sulla scorta di una analisi pacata ed equilibrata dei dati tradizionali: pur limitandosi a trattare delle grandi razze, bianca, gialla e nera, questo autore mette in rilievo che in ciascuno di esse, data la loro rispettiva analogia con il fuoco, l'acqua e la terra, elementi da intendersi in senso simbolico, esiste un nucleo di pura spiritualità, almeno per quel che riguarda una condizione in ordine, non decaduta e oscurata. In contrasto con certi semplificazionismi evoliani circa i negri, considerati spiritualmente "inferiori" tout court, Schuon scrive: "L'elemento terra ha i due aspetti di pesantezza o di immobilità (tamas) e di fertilità (rajas), ma vi si aggiunge pure, grazie ai minerali, una possibilità luminosa, che potremmo chiamare cristallinità (sattwa); la spiritualità dei Neri ha spesso uno stile di purezza statica, valorizzando quello che la mentalità nera ha di stabile, di semplice e di concreto" (25). In generale va quindi ribadito che Evola, nel costruire le sue scale gerachiche razziali, fu in buona misura influenzato dai miti del tempo in cui visse. La Tradizione, così frequentemente citata, c'entra assai poco. Dobbiamo anche evidenziare come, purtroppo, la fonti documentative di Evola fossero, in questo caso, molto carenti: infatti ignora gli essenziali studi etnologici di Marcel Griaule e dei suoi allievi, apparsi già alla fine degli anni trenta, nei quali gli autori dimostrano la profondità e la coerenza luminose del pensiero metafisico "negro". Un'altra concessione alla mentalità del tempo ci sembra l'enfasi evoliana nel tradurre, con eccessiva sicurezza, il termine "ariano" con "nobile", in base all'interpretazione di iscrizioni e testi antichi , come se non fosse assai comune in molti popoli arcaici autodefinirsi in termini elogiativi! A questo proposto appaiono molto centrate le riserve poste dal Benveniste (26), che opta per una traduzione meno impegnativa, tesa semplicemente a indicare il comune substrato etnico. Un campo nel quale invece Evola andò contro corrente è quello degli incroci tra elementi di razze diverse, che in certi casi ritenne positivi, come stimolo per la manifestazione delle migliori doti della personalità. Contro l'illusione di una purezza razziale spiritualmente sterile, meramente biologica, da animali da allevamento, Evola indica una prospettiva dinamica e aperta agli incroci tra razze aventi un minimo comune denominatore, in quanto appartenenti allo stesso ceppo. In tale caso non si andrebbe verso il caos etnico, ma verso la reintegrazione, nella stessa persona, di elementi positivi dispersi in razze diverse, o verso il risveglio di qualità sopite, sfidate e messe alla prova dalla presenza di fattori nuovi. Ci sono più possibilità positive dove esistono tensioni, anche pericolose (emerge un tema caro al Weininger, autore di cui parleremo più avanti), che dove vige una condizione di opacità e chiusura statica, spiritualmente e psicologicamente negative. In definitiva per Evola rimane sempre predominante su tutti gli altri piani la forza plasmatrice dell'idea, assunta in senso platonico, attinente quindi al dominio delle "razze dello spirito". Come esempio di una siffatta potenza manifestantesi anche sul piano materiale, lo studioso tradizionalista indica gli Ebrei, che considera un miscuglio di stirpi. A suo parere, e diversamente da quanto affermato da molti razzisti, gli Ebrei non costituiscono una razza biologica, ma piuttosto una razza spirituale , forgiata dalla loro tradizione metafisica, con riflessi sul piano psicologico: in definitiva un caso storicamente comprovante l'attendibilità del sistema teorico evoliano. Su questo specifico argomento, a parte i consueti riferimenti al mondo delle dottrine sapienziali, Evola contrasse un notevole debito intellettuale verso il pensiero di un geniale intellettuale ebreo, il viennese Otto Weininger, acuto indagatore dell'anima umana. " L'ebraismo va considerato come una tendenza dello spirito, come una costituzione psichica la quale rappresenta per ogni uomo una possibilità e che nell'ebraismo storico ha avuto solamente la sua realizzazione più grandiosa" (27). Questo in sintesi il pensiero di Weininger attraverso le sue stesse parole, il quale precisa: "Nel parlare di ebrei io non intenderò nè il singolo, nè una comunità, ma in genere l'uomo in quanto partecipa all'idea platonica dell'ebraismo" (28). Analoga appare la posizione evoliana, anche se l'Evola pubblicista in riviste razziste talvolta si lasciò trascinare nell'antisemitismo più sconcertante, che non si ritrova nei suoi libri, contraddizione che andrebbe analizzata a fondo. Negli interventi più equilibrati, l'autore di Rivolta contro il mondo moderno ritenne sempre che, alle origini, la stessa tradizione religioso-metafisica del popolo ebreo fosse in armonia con i principi che stanno alla base di tutte le altre concezioni sacrali, spiritualmente ortodosse: anche essa era in ordine. Infatti, "nell'Antico Testamento sono presenti elementi e simboli di valore metafisico e, quindi, universale" (29). Non a caso Evola ha citato testi sacri ebraici, specie kabbalistici, nei suoi libri. Il popolo di Israele perse questa primigenia condizione di regolarità "tradizionale" a causa di una grave crisi spirituale, dai controrni oscuri, che diede luogo a una decomposizione della sua tradizione originaria, da cui derivò l'ebraismo "moderno", soggiogato da un elemento "infero". "Il semitismo, a tale stregua, finisce col diventare sinonimo di quell'elemento infero, che in ogni grande civiltà - e perfino quella ebraica nella sua antichissima fase regale - ha soggiogato all'atto del suo realizzarsi come cosmos di contro al caos" (30). Ricordiamo che se Evola fece risalire l'inizio della crisi spirituale degli Ebrei alla sostituzione della figura del "veggente" con quella del "profeta", testimonianza dell'avvento di una spiritualità scomposta e sospetta, René Guénon, da parte sua, riconobbe nel popolo ebraico un aspetto dissolvitore e antitradizionale, spiegabile col suo "nomadismo deviato" (31), derivante dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme. Dopo tale evento la tradizione ebraica divenne irrimediabilmente incompleta, essendo priva del suo Centro normale, il Tempio, unico motivo valido per l'arresto di tale nomadismo. Riecheggiando Weininger, Evola afferma che "si può perfino prescindere dal riferimento alla razza in senso ristretto, per parlare di un semitismo in universale, cioè di un semitismo quale attitudine tipica rispetto al mondo spirituale" (32). Reso l'ebraismo una categoria dello spirito umano, come, ad esempio, quando si parla della "mentalità borghese", Evola lo caratterizza per la presenza di elementi come il misticismo pervaso di pathos, il messianismo, il senso di "colpa" e di "espiazione", l'autoumiliazione, l'intolleranza religiosa dei "servi di Dio", l'agitazione febbrile e oscura, presenti in numerosi aspetti della modernità. A suo parere il romanticismo nevrotico, scomposto, attivistico, vitalista, costituisce un esempio dell' "ebraismo dello spirito". Se si pensa che la Germania è stata la culla di questo fenomeno, si può immaginare quanto poco accette poterono risultare certe idee evoliane per i nazionalsocialisti, fortemente legati a molti aspetti del romanticismo. I caratteri dell'ebraismo sopra elencati venivano ritrovati da Evola anche in correnti di pensiero e teorie scientifiche affermatesi tra il XIX e il XX secolo, che ne hanno contrassegnato lo spirito: marxismo, psicanalisi freudiana, teoria della relatività di Einstein costituiscono gli esempi da lui più frequentemente ricordati.
Per inquadrare meglio certe asserzioni evoliane, può risultare interessante paragonarle con quanto ha scritto un noto teologo italiano, scomparso di recente Sergio Quinzio, di cui nessuno può sospettare la ben che minima animosità antisemita. Infatti la sua formazione culturale e la sua ricerca si situano all'interno di un cristianesimo profondamente influenzato dallo spirito della tradizione ebraica. Scrive Quinzio: "il pensiero ebraico religioso o laico... ha avuto un ruolo assolutamente decisivo nella formazione e nello sviluppo della modernità, fino ai suoi esiti contemporanei..., senza Marx e il marxismo, senza Freud e la psicanalisi, senza Einstein e la relatività o senza Kafka, senza Witgenstein, il mondo contemporaneo non sarebbe ciò che è. La giudaizzazione del mondo, che culmina nel nostro secolo, consiste nell'affermarsi delle categorie ebraiche" (33). Qunzio individua in uno stato di perenne inappagamento e di critica sistematica della realtà circostante il "volto intimo e indiviso dell'ebraismo". L'ebreo si caratterizzerebbe per "un'invincibile propensione ad abbattere i confini..., a rompere gli schemi dati, a disgregare certezze e delimitazioni consolidate. La presenza ebraica risulterà, così, assai rilevante in ogni impresa di rivolgimento storico; e la stessa figura dell'intellettuale moderno, con la sua carica critica nei confronti della società, è figura ebraica" (34). Pur vedendo nell'ebreo completamente secolarizzato un vettore del materialismo, dell'economicismo e del razionalismo moderni, Evola non lo considerò mai la causa prima della decadenza, ma solo un elemento, anch'esso, in ultima analisi, vittima di un processo di dissoluzione ampio e globale, cioè uno strumento cieco e spesso inconsapevole. Secondo Evola, nel caso dell'operato ebraico nel mondo moderno, bisogna pensare a "una sostanza, che manifesta una azione negativa per la sua stessa natura, cioè senza propriamente volerlo, come al fuoco è proprio il bruciare... lungi dal riferire al popolo ebraico la direzione cosciente di un piano mondiale, come secondo un mito antisemita troppo fantasioso, noi tendiamo a vedere, in certo istinto ebraico di umiliare, degradare e dissolvere, la forza che, in alcuni momenti storici è stata utilizzata per la realizzazione di una trama ben più vasta, le cui ultime fila, a nosto parere, retrocedono di là dagli avvenimenti apparenti e altresì dal piano ove sono in gioco le energie semplicemente etniche" (35). Quindi "ciò che si deve veramente combattere, non è tanto l'ebreo vero e proprio, quanto una forma mentis che, se si vuole, si può analogicamente chiamare ebraica, ma che non per questo cessa di essere presente anche là dove non sarebbe possibile ritrovare nemmeno una goccia di sangue semita" (36): ancora una volta riappaiono le idee di Weininger sull'ebraismo come possibilità dell'anima. Coerentemente con tale visione delle cose, Evola non auspica misure violente e coercitive, in sè inutili, ma una azione a livello spirituale per reintegrare i popoli arii nella loro tradizione più profonda e vera: solo una rivoluzione di tal genere avrebbe potuto, secondo Evola, evitare ulteriori crolli verso una decadenza sempre più grave. Anche in libretti polemici, scritti con evidenti intenti propagandistici, in tempo di guerra, lo studioso tradizionalista, distaccandosi, nonostante alcuni penosi cedimenti formali al peggior clima dell'epoca, intrisa di antisemitismo violento, negava l'esistenza di una congiura ebraica. Altresì asseriva che non si poteva ragionevolmente "parlare di una responsabilità vera e propria: non si può far certo responsabile un acido se corrode, o un microbo se infetta"(37). L'Autore, in un periodo in cui era d'obbligo addossare ai "perfidi giudei" ogni colpa e ogni abominio, sottolineava la necessità di non "abbandonarsi a manifestazioni di odio" (38) antisemita. Anche nella introduzione che Evola stese per i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, pur tra affermazioni inaccettabili, talora ingenerose (ad esempio, contro il dadaista Tristan Tzara, suo amico in gioventù, con il quale aveva condiviso l'esperienza artistica di avanguardia), troviamo riaffermato che è assurdo credere alla cosiddetta "congiura ebraica" e alla consapevolezza malvagia degli israeliti circa la loro azione dissolvitrice nella società (39). Quindi, nonostante alcune gravissime cadute di tono, che vanno rilevate e criticate severamente, senza ipocriti silenzi agiografici, rimane pur sempre un filo conduttore dignitoso, che può ancora una volta essere posto in analogia con quello seguito da Guénon. Questi, certo più distaccato di Evola, denunciava, concordemente con lo studioso italiano, l'ossessione a volere sempre personificare, negli ebrei o in altri agenti fisicamente identificabili, le forze del male, ossia dell'antitradizione in termini metafisici e non moralistici. Tale errore rivela come la superstizione del metodo storico, basato solo su documenti e prove materiali, unici elementi degni di credibilità in un orizzonte positivista, aveva influenzato anche gli ambienti antisemiti, in questo pienamente in linea con le tendenze di base della modernità. In realtà, secondo Guénon, gli ebrei sono stati spesso semplici strumenti all'interno di un piano antitradizionale di portata ben più ampia di ciò che si vuol far credere e che non va configurato in senso ingenua- mente e strumentalmente antropomorfico. Tutto ciò per lo studioso francese si applica perfettamente ai Protocolli dei savi Anziani di Sion, che, come "documento" , risultano del tutto inattendibili (40). Per meglio valutare il pensiero evoliano in materia, dobbiamo evidenziare un aspetto importante: sul problema della "eredità razziale" abbiamo visto che viene messa in luce l'importanza della responsabilità attiva del singolo rispetto a questo retaggio, che va assunto e, in casi di contraddizioni interne, sviluppato selettivamente, facendo emergere gli elementi migliori, sotto l'aspetto spirituale e psicologico, in aderenza al filone centrale della propria eredità. Ora sembrerebbe che un tale imperativo venga sfumato nel caso degli ebrei che agirebbero nella storia, almeno successivamente all'affermarsi del loro stato di crisi spirituale, iniziata con il profetismo, in uno stato di incoscienza medianica, fondamentalmente deresponsabilizzati, quindi incolpevoli. Siffatta eccezione, rispetto alla complessiva visione evoliana, ci sembra singolare e per niente riducibile a una contraddizione interna al suo pensiero. Naturalmente qui entriamo nel campo delle ipotesi circa il contenuto implicito delle tesi di Evola. Egli aveva sottolineato che anche un popolo di razza nordica, i Filistei, aveva contribuito a formare l'etnia ebraica, particolare che sembrerebbe di scarso rilievo, se non considerassimo il fatto che Evola riteneva persistenti e incancellabili i vari filoni ereditari, specie sotto l'aspetto spirituale e psicologco. Se aggiungiamo l'imperativo della scelta della propria eredità nel miscuglio di atavismi che l'assoluta maggioranza degli uomini moderni portano in sè, sembrerebbe che lo studioso italiano lasci uno spiraglio per un "riscatto" del popolo ebraico. Infatti se la sua tradizione metafisica alle origini era pura e regolare e se esiste perfino un retaggio razziale nordico, cosa impedirebbe a un ebreo "svegliatosi" alla sua natura più profonda di reintegrarsi in una dimensione di valori superiori, trascendendo l'aspetto negativo che solo a causa di un processo storico, derivato, ha assunto? Anche nella particolare visione evoliana tutto ciò rimane una possibilità aperta per l'ebreo moderno. Ancora una volta non esiste determinismo. E facendo collaborare a Regime Fascista un israelita di rango, come il Wolfskehl, del circolo di Stephan George, Evola dimostrò nei fatti l'esistenza di una siffatta possibilità. La deresponsabilizzazione, quindi, svolgeva un duplice ruolo: da una parte, in accordo con una cosmostoria avente una radica metafisica, spostava il livello di "certe" scelte e di "certe" tendenzialità su un piano trascendentale, superumano, data l'ampiezza del fenomeno antitradizionale, ponendolo, quindi, anche al di là delle stesse "razze dello spirito" ; dall'altra evidenziava il ruolo più da vittime che da "carnefici" assunto dagli ebrei nella storia, rifiutando l'ideologia guerroccultistica criminalizzante. Agli occhi di chi ha conosciuto le luciferine persecuzioni naziste, frutto di una ideologia che costituisce una sinistra parodia del pensiero tradizionale, la posizione evoliana potrà egualmente risultare pericolosa e inaccettabile, ma, giudicandola nel contesto culturale e storico in cui venne formulata, essa merita per lo meno una considerazione ben maggiore rispetto alle altre concezioni razziste. Diciamo questo ricordando sia il profondo disinteresse e la trasparenza riscontrabili nell'operato evoliano, solitario e spesso contrastato dagli altri razzisti, come vedremo più avanti, sia alcuni aspetti propositivi del pensiero di Evola, validi anche al di fuori di un contesto razzista, ossia discriminazionista e gerarchico, in quanto finalizzati unicamente al recupero e alla difesa delle identità etnico-culturali.
Completato a grandi linee il quadro della antropologia aristocratica formulata dallo studioso tradizionalista, vediamo quali furono i suoi rapporti con le altre correnti razziste o semplicemente antisemite dell'epoca: i pagani misticheggianti, i cattolici e i biologisti. Circa i primi, fin dalla metà degli anni trenta, Evola formulò le sue pesanti riserve in vari articoli ben documentati, sia sui già citati fascicoli di Vita Nova e Bilychnis, sia su altre riviste, quali La Vita Italiana o Bibliografia fascista (41). Come è noto, la corrente pagana a sfondo mistico si sviluppò quasi esclusivamente all'interno del nazionalsocialismo ed ebbe quale suo principale esponente Alfred Rosenberg, autore del fantasioso Il Mito del XX Secolo (42). Tre sono fondamentalmente le critiche avanzate da Evola alle idee di questo gruppo, critiche che tendono a smascherare il sottofondo modernista implicito nel neopaganesimo. Egli attaccava in primo luogo il nazionalismo giacobino, livellatore e totalitario, propugnato da Rosenberg e soci, in secondo luogo il fumoso e ambiguo immanentismo naturalistico, in ultimo il razionalismo e lo scientismo, che ne costituivano gli aspetti più legati al pensiero positivista. In un certo senso il razzismo neopagano nazionalsocialista costituiva una metamorfosi del totemismo nell'Europa del XX secolo, cioè la sua formulazione "moderna", sostanziata da un "materialismo divinificato". In esso assumeva un ruolo centrale il mito del sangue, cioè una entità solo apparentemente biologica, ma di fatto esprimente una torbida realtà mistico-collettivistica, da cui il richiamo evoliano al totemismo. In questo razzismo "abbiamo una emergenza del substrato prepersonale, quindi promiscuo, di un ceppo, che, come anima della razza, acquista una aureola mistica, si arroga un diritto sovrano e non riconosce a spirito, intellettualità e cultura, alcun valore che in quanto essi si trasformino in strumenti al servigio di un ente temporale e politico" (43). Nella concezione neopagana la personalità si dissolveva, poichè tutte le doti del singolo, anche quelle qualitativamente superiori, venivano fatte derivare dalla razza, intesa sempre come ente collettivo a sfondo mistico. La personalità diviene un recettore passivo, subordinato: in pratica un fantasma o una marionetta. Una simile prospettiva per Evola risultava inammissibile. La sua critica all'irrazionalismo e allo strumentalismo di tale ideologia razzista sarà sempre assoluta anche negli anni dell'Asse Roma-Berlino, senza remore o ambiguità dettate da opportunismi politici contingenti. A parere dello studioso italiano il razzismo mistico tedesco aveva ripreso l'antica concezione del mondo e del sacro propria agli antichi popoli europei precristiani nella maniera deformata dalla apologetica cristiana, che coniò il termine dispregiativo di "paganesimo", preoccupata solo di sconfiggere le religioni con le quali si trovò in antagonismo, denigrandole e confondendole tra loro. Così il neopaganesimo germanico diveniva una caricatura delle antiche concezioni spirituali solari e uraniche, proprie alle genti indoeuropee, veicolando piuttosto, oltre alle superstizioni "moderne", anche certe deviazioni tipiche dell'anima tedesca (fatalismo cupo, vitalismo, pathos romantico), la quale dimostrava, agli occhi di Evola, un pericoloso stato di involuzione. A titolo di esempio, leggiamo una istruttiva frase di un "teorico" pagano-nazista, il Bergmann: "La fede in un mondo soprasensibile di là da quello sensibile è cosa da schizofrenici: solo lo schizofrenico vede doppio" (44). Anche la concezione del diritto veniva alterata in modo grave, degradandosi a "un intruglio di giusnaturalismo, di protestantesimo e di primitivismo ottimista. Al suo centro sta l'idea che già allo stato di natura una razza si più o meno soprannaturale, cioè che essa possegga allo stesso grado di immediatezza degli istinti animali, in tutti i suoi membri, una diretta e indubbia percezione di un dato ordine di valori... La teoria del lume naturale di Rousseau qui si sposa dunque alla teoria luterana della diretta esperienza del divino, da auspice fungendo la virtù miracolistica del sangue puro" (45). Ancora Evola evidenzia la "svalutazione razzista dell'idea di Stato e del valore etico e giuridico di esso, come logica conseguenza - del resto - delle premesse ottimistico-naturalistiche: infatti là dove un popolo o una razza li si concepisce come un tutto dotato di una sua razionalità e capace di una appercezione diretta dei valori etici e sociali, è evidente che la funzione dello Stato quale funzione organizzatrice dall'alto, educatrice e dominatrice deve essere più o meno disconosciuta" (46). Per lo studioso italiano si tratta, sul piano politico, dell'incontro fra razzismo e socialismo che dà luogo a un imperialismo pangermanista collettivizzante . Quasi nessun aspetto delle teorie neopagane viene salvato da Evola, che già ne aveva criticato anche i maestri "nobili", come De Gobineau, Woltmann, Chamberlain, De Lapouge. Così egli dimostra sia l'inconsistenza del loro giudizio negativo nei confronti dell'universalismo romano, derivante dalla confusione tra l'idea di unità e quella di uniformità, sia l'assurdo di un anticristianesimo nutrito di miti progressisti (Rinascenza, Tecnologia, Scienza) , esaltati quali espressione dell'anima ariana. Una eguale avversione mostrarono nei confronti di Evola molti ambienti nazisti, che lo guardarono con sospetto e ne boicottarono l'azione culturale in Germania, definendolo un individuo offuscato da pregiudizi feudali e reazionari, lontano dal nazionalsocialismo e dal fascismo (47) o ancora quale cattolico, antievoluzionista, il cui pensiero costituisce l'esempio del " basso livello spirituale dell'Italia" fascista (48). Chi continua ad appiattire Evola sullo sfondo delle ideologie totalitarie nazionaliste degli anni trenta dovrebbe pur considerare tali aspri giudizi, provenienti da qualificati personaggi di quel mondo.
Anche con i razzisti biologisti, scientisti, convinti che il problema delle razze risieda solo nei geni e nei cromosomi, Evola intrattenne un rapporto polemico. In questo caso non si trattò solo di ambienti tedeschi (Lenz, Fisher), ma anche italiani: ricordiamo, tra gli altri, Guido Landra e Lidio Cipriani, appoggiati da personaggi di estrazione umanistica, come Giorgio Almirante, futuro segretario del Movimento Sociale Italiano, o Giulio Cogni, delle cui "idee", costituite da un miscuglio di razzismo duro e idealismo gentiliano, emblematiche del pressappochismo dell'epoca, si era occupato Evola in modo assai critico (49). Questi "studiosi" venivano definiti dal nostro Autore riduzionisti e materialisti, infatuati dal mito della scienza e nutriti di positivismo, quindi incapaci a comprendere correttamente in rapporto di "causa" ed "effetto" tra i vari elementi in gioco nel campo della "razza". Notava Evola che non si può far derivare il superiore dall'inferiore, cioè le doti spirituali dal patrimonio genetico. I razzisti "puri", insofferenti alle osservazioni di chi ritiene che la biologia non possa spiegare tutto l'agire umano, purtuttavia usano strumentalmente la scienza: "...mentre essi, per tagliar corto con le critiche a loro mosse da un punto di vista filosofico o spirituale, si trincerano con tracotanza nel dominio della scienza, dei fatti accertati - poi della scienza prendono quel che vogliono e fra i fatti positivi considerano solo quelli che si accordano con le loro idee più o meno preconcette, sostituendo la parola d'ordine a quanto può essere suggerito da scientifica prudenza" (50). "Si vorrebbe, da parte del razzismo scientista, che le leggi dell'eredità siano, nei riguardi dell'uomo, di carattere assolutamente deterministico e, nello stesso tempo, si ammettono delle premesse, che di ciò costituiscono una precisa contraddizione" (51), anche se i biologisti appaiono del tutto inconsapevoli di tale fatto, data la loro propensione verso un approccio aprioristico ai dati sperimentali. Le "premesse" a cui fa riferimento Evola sono le mutazioni del patrimonio genetico, eventi imprevisti che possono manifestare forti ripercussioni sul fenotipo dell'individuo che le porta e che sono ereditarie, quindi si trasmettono ai propri discendenti. La "contraddizione", a parere di Evola, risiederebbe nel fatto che tali mutazioni potrebbero, a volte, venire provocate da fattori diversi da quelli di ordine fisico, materiale: una siffatta possibilità risulterebbe chiaramente contrastante con uno schema determinista e meccanicista, basato su un casualismo lineare monodimensionale. Certi "addetti ai lavori" potranno sorridere, ritenendo miracolistica e ingenua l'ipotesi evoliana, ma quanto meno ci sembra difficile negare che essa risulti coerente con un discorso di tipo "tradizionale", cioè con i suoi fondamenti, certo non meno validi e logici di quelli che sostanziano un discorso scientista. Rimanendo nel campo delle pure ipotesi nessuna va scartata. In definitiva Evola non intendeva ignorare l'apporto fornito dalla ricerca scientifica, ma inserirlo all'interno di un quadro più vasto. A suo parere le leggi di Mendel, l'antropologia fisica, la genetica sono insufficienti per orientare la questione razziale, che si connota essenzialmente per un carattere etico e spirituale, se non vuole ridursi a una teoria di tipo zoologico: la biologia deve essere uno strumento al servizio di finalità e progetti di ampio respiro, anche se purtroppo essa rimane in buona parte limitata dal pregiudizio evoluzionista e dal meccanicismo fisicalista, salvo alcune tendenze organicistico-aristoteliche (Dacquè, Driesch, ecc.). In polemica più o meno diretta con i vari Landra e soci, Evola scriveva: "...spirito, per noi, non significa nè divagazione filosofica, nè teosofia, nè evasione mistico-devozionale, ma semplicemente quel che in tempi migliori le persone ben nate sempre intesero proprio per razza: cioè dirittura, unità interna, carattere, dignità, virilismo, sensibilità immediata e diretta per tutti i valori, che stanno alla base di ogni grandezza umana e che, sovrastandolo, dominano il piano di ogni realtà contingente e materiale. Quella razza, che è invece una costruzione scientista e un figurino da museo antropologico, la lasciamo a quelle parti di una borghesia pseudointellettuale, che sono ancora succubi degli idoli del positivismo ottocentesco" (52). Alle critiche evoliane rispose Guido Landra con un articolo il cui tono oscillava tra il patetico, lo stupìto e l'indignato (53), accusando il teorico del "razzismo tripartito" di prendersela ingiustamente con i "poveri razzisti della prima ora", colpevoli solo di essere ortodossi nelle loro idee. Landra definiva "puerile" e degna solo di suscitare il riso la critica avanzata da Evola contro le teorie biologiste e passava all'attacco, affermando che "quando ci si viene a parlare di razze del corpo, dell'anima e dello spirito, indipendenti le une dalle altre, non possiamo da biologi fare altro che restare molto perplessi". E concludeva: "se per gli spiritualisti i termini di biologismo e di scientismo hanno un significato dispregiativo, risponderemo che sarà per noi un grande onore di essere chiamati d'ora innanzi con il termine di razzisti biologisti e scientisti". Era un dialogo tra sordi, ma Evola non vi si sottrasse, rispondendo a Landra con un altro articolo (54), in cui lo accusava di semplicismo e di riduzionismo, errori derivanti da una mentalità da laboratorio o da allevamento applicato all'uomo anche per gli aspetti più importanti della sua esistenza comunitaria, come il problema della selezione delle aristocrazie. La polemica pubblica tra i fautori delle due concezioni - al fianco di Landra era intervenuto pure Almirante (55) - si concluse così, nei termini di una reciproca incompatibilità, perfino terminologica, che già da molti mesi aveva costretto Evola a interrompere la collaborazione a La Difesa della Razza. Ci sembra interessante notare che, a parte Landra, altri "intellettuali" fascisti ortodossi attaccarono il razzismo tripartito, di orientamento "tradizionale". Tra questi "duri e puri" troviamo Ugoberto Alfassio Grimaldi, divenuto comunista nel dopoguerra, che giunse ad affermare: "Il razzismo di Julius Evola perviene, dopo molti sforzi in contrario, ad una singolare forma di antirazzismo" (56), colpa veramente singolare per un autore accusato dell'esatto contrario nell'Italia antifascista! Anche ad Alfassio Grimaldi venne fornita da Evola una risposta molto precisa e articolata (57). In ultimo vogliamo accennare a una critica di fondo che lo studioso tradizionalista avanzò contro l'intero castello teorico del "razzismo" fascista ufficiale, imperniato sull'assurdo concetto di una fantomatica "razza italiana". Infatti, notava Evola, non esiste "una nazione composta unicamente da elementi puri di una sola razza. Varie razze sono presenti in tutte le nazioni oggi esistenti... bisogna intendere le nazioni come delle entità miste, come dei punti di interferenza di varie razze non solo del corpo, ma anche dello spirito, razze, queste ultime, rivelantesi nella diversità degli influssi culturali e civilizzatori che hanno agito nel processo di formazione di una nazione" (58). L'identificazione di popolo e razza, teorizzata tra gli altri da Giacomo Acerbo, costituisce, per Evola, una metamorfosi di vecchie idee storiciste, ottocentesche, secondo le quali la nazione rappresenta una struttura unitaria e non, più realisticamente, un insieme composito, realizzatosi nella storia, di filoni autonomi e spesso contrastanti, tra cui discernere le tradizioni profonde, operando una rigorosa selezione delle eredità. Ma il nostro Autore sapeva di essere isolato in questa battaglia di chiarificazione non solo terminologica, ma anche contenutistica: infatti notava come gli stessi cattolici fossero accesi fautori dell'identità nazione-razza, sia pure per motivi strumentali, diversi da quelli che animavano altri sostenitori della suddetta fantasiosa teoria. Se si considera il peso culturale che ancora poteva esercitare il cristianesimo nell'Italia di sessanta anni addietro, si può capire l'impari lotta intrapresa da Evola. Arriviamo così all'ultimo aspetto che vogliamo trattare: il rapporto del nostro Autore con il mondo culturale cattolico che intervenne, in vario modo, nel dibattito "razzista", anche se il vero tema caro a siffatti ambienti era l'antisemitismo. Ebbene, in sintesi, va ricordato che Evola, a differenza dei cattolici nemici del popolo di Israele, rifiutò sempre la teoria infantile del "complotto ebraico", nè riteneva gli Ebrei responsabili personalmente del processo sovversivo mondiale, come abbiamo fatto notare in precedenza. Inoltre non si trova traccia nei testi di Evola della classica accusa "religiosa" avanzata contro gli Ebrei: quella di deicidio, tematica che sembra risultargli del tutto priva di interesse e rilievo (un utile confronto può derivare dalla parallela lettura delle due introduzioni ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, l'una dovuta all'antisemita cristiano Nilus, l'altra a Evola). Lo stesso "razzismo dello spirito" poteva creare numerosi problemi teologici a molti cattolici. Nella prassi poi esistono profonde differenze. Per i cristiani antisemiti l'Ebreo va combattuto se segue la sua religione, in quanto la Sinagoga sarebbe il centro della congiura anticristiana, ma se questi si converte alla "vera fede" non va più perseguitato e discriminato. Per Evola, invece, solo l'ebreo che si ricollega alla sua tradizione promordiale più pura, precedente alla crisi subìta, cessa di rappresentare un elemento disgregatore e negativo. Cosicchè, nei fatti concreti, da una parte troviamo Evola con la sua indicazione in positivo per un nuovo radicamento del popolo ebraico nella sua dimensione più vera e sacrale, in quanto originaria, dall'altra gli antisemiti nazisti, fautori dell'annientamento fisico, e quelli cattolici, sostenitori della conversione al cristianesimo, ossia a una realtà estranea: due forme diverse, ma analoghe di sradicamento e distruzione di una realtà etnico-culturale, alle quali Evola cercò di rimanere estraneo. Nella sua grande solitudine, Evola fu, secondo lo storico antifascista Renzo De Felice, tra "coloro che, imboccata ognuno una propria strada, la seppero percorrere, in confronto con tanti altri che scelsero quella della menzogna, dell'insulto, del completo obnubilamento di ogni valore culturale e morale, con dignità e persino con serietà" (59). La sua problematica antropologia aristocratica rimane un complesso e ardito tentativo di far riemergere e rendere attiva una dimensione spirituale, legata alla personalità, dimensione radicata nel passato inteso più come testimone di archetipi eterni che come somma di detriti storici, superati dal divenire: quasi una reminiscenza platonica della migliore eredità spirituale.
Note:
(1) cfr. J.Evola, La Dottrina del Risveglio, ed.Mediterranee, Roma 1995
(2) In Rivolta contro il Mondo Moderno, ed.Mediterranee, Roma 1998 Evola ha
chiarito in cosa consiste tale concezione, di cui va sottolineato il radicamento
nella dimensione spirituale, ossia nel sacro e nel trascendente
(3) J.Evola, Il Mito del nuovo nazionalismo tedesco, in Vita Nova, VI, II, Nov. 1930 e La Mistica del sangue
nel nuovo nazionalismo tedesco, in Bilychnis, XX, I, Genn.-Febbr. 1931. Sul problema specifico dell'antisemitismo nel 1933 apparvero tra saggi: cfr. J.Evola, Sulle ragioni dell'antisemitismo, in Vita Nova, IX: V Maggio, VI Giugno e VIII Agosto 1933.
(4) E.Zolla, Le potenze dell'anima, ed.Bompiani, Milano, 1968, pp.46-7
(5) J.Evola, Sintesi di dottrina della razza, ed.Hoepli, Milano, 1941, p.46.
(6) ivi, p.21
(7) J.Evola, Razza, eredità, personalità, in La Difesa della Razza, V, II, 5/4/52
(8) P.Di Vona, Evola, Guénon, De Giorgio, ed SeAr, Borzano, 1993, p.32
(9) ivi, p.36
(10) S.Romano, Il falsi Protocolli, ed.Corbaccio, Milano 1992, p.108.
(11) Ci riferiamo a studiosi seri come Michela Nacci, cfr. M.Nacci, Tradizionalismo, in La Filosofia, AA.VV., a cura di Paolo Rossi, 4 Voll., UTET, Torino 1995, pp.587-630.
(12) R.Guénon, articolo apparso su Etudes traditionnelles, Dic. 1938, ora in Comptes rendus, ed. Traditionnelles, Paris 1973, p.147.
(13) J.Evola, Sintesi ecc.cit., p.27
(14) ibidem
(15) J.Evola, Indirizzi per un'educazione razziale, ed.Conte, Napoli, 1941, pp.54-55
(16) J.Evola, Sintesi ecc.cit., p.48
(17) ivi, p.54
(18) ivi, pp. 66-7, ad esempio. Guénon, criticando Evola, osservava che "non esiste razza di natura, perchè
ogni razza ha necessariamente una tradizione all'origine ed essa può averla più o meno completamente
persa a causa di degenerazioni: tale è il caso dei popoli detti selvaggi, come lui stesso sembra
riconoscere; e non occorre aggiungere che questo è anche il caso degli occidentali moderni" (Etudes
Traditionnelles, Dic.1938, cit. ora in Comptes Rendus ecc.cit., pp.146-7).
(19) ivi, p. 120
(20) ivi, p. 121
(21) ivi, p.122
(22) cfr. J.J.Bachofen, Il Matriarcato, ed.Einaudi, Torino, 1988. Per un inquadramento critico del pensiero di
questo autore da una prospettiva evoliana, vedasi l'introduzione di Evola all'antologia di scritti dello
stesso Bachofen, Le Madri e la virilità olimpica, ed.Bocca, Milano, 1949.
(23) J.Evola, Sintesi ecc.cit., p.179.
(24) cfr.F.Schuon, Caste e razze, SE, Milano 1994
(25) ivi, p.6.
(26) E.Benveniste, Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, ed.Einaudi, Torino, 1976, pp.284-6.
(27) O.Weininger, Sesso e carattere, ed.Bocca, Roma, 1956, p.415.
(28) ivi, 417.
(29) J.Evola, Tre aspetti del problema ebraico, ed.Mediterranee, Roma 1936, p.23.
(30) ivi, p.29.
(31) R.Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, ed.Studi Tradizionali, Torino, 1969, p.274, nota 1.
(32) J.Evola, Tre aspetti ecc.cit., pp.27-8
(33) S.Quinzio, Radici ebraiche del moderno, ed.Adelphi, Milano 1990, pp.17-8
(34) ivi, p.19
(35) J.Evola, Tre aspetti ecc.cit., pp.43-4
(36) ivi, p.57.
(37) J.Evola, La civiltà occidentale e l'intelligenza ebraica, in AA.VV., Gli ebrei hanno voluto questa guerra,
senza indicazione dell'editore, Roma, 1942, p.19.
(38) ibidem.
(39) AA.VV., I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, ed.La Vita Italiana, Roma, 1938, p.29. A questo proposito
vedasi anche di J.Evola, Ebraismo e occultismo, in La Vita Italiana, XXVIII, 331, Ottobre 1940, dove
scrive: "chi ammette l'esistenza di "forze occulte" come vere cause di tanti avvenimenti apparenti,
troppo spesso le concepisce solo alla stregua di organizzazioni politiche segrete, di congiure di certi
uomini della plutocrazia o della massoneria, i quali, oltre alla loro arte di mascherarsi e di agire
indirettamente, in fondo sarebbero uomini come tutti gli altri. Tutto ciò è troppo poco. Molto più indietro
vanno le fila del piano di sovversione mondiale - esse ci portano effettivamente all' "occulto" nel senso
vero e tradizionale: nel senso, cioè, di forze superindividuali e non umane, delle quali molte personalità,
sia di superficie che di dietro le quinte, spesso non sono che gli strumenti.
Far delle confusioni... arrestarsi a una concezione superficiale e umanistica della storia... significa...
precludersi la possibilità di venire a fondo in problemi di importanza fondamentale nella lotta contro la
sovversione mondiale".
(40) R.Guénon, recensione della edizione italiana de I Protocolli dei Savi Anziani di Sion cit., in Etudes
Traditionnelles, Genn. 1938 (ora in: Il Teosofismo, ed.Arktos, Torino, 1987, pp.354-7).
(41) J.Evola, Osservazioni critiche sul "razzismo" nazionalsocialista, in La Vita Italiana, XXI, 248, Nov.1933 e
Superamento del razzismo, in Bibliografia Fascista, X, 6, Giugno 1935. Sull'argomento vedasi anche:
M.Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, ed.Comunità, Milano, 1982, in particolare p.145: "Persino
antisemiti tedescofili fascisti - quali il collaboratore di Preziosi, Julius Evola - criticavano apertamente le
teorie razziali di Hitler, definendole non scientifiche e deploravano le loro implicazioni antitaliane".
(42) cfr. A.Rosenberg, Il Mito del XX secolo, ed.Alkaest, Genova, 1981.
(43) J.Evola, Osservazioni critiche ecc., in La Vita Italiana ecc.cit.
(44) J.Evola, Sintesi ecc.cit., p.204.
(45) J.Evola, Il Mito del Sangue, ed.Hoepli, Milano 1937, p.222.
(46) ivi, p.227.
(47) documento citato nell'articolo di N.Cospito, J.Evola e il Nazionalsocialismo, in Intervento, 80-I, Genn-
Luglio 1987.
(48) N.Cospito e H.W.Neulen, Julius Evola nei documenti segreti del Terzo Reich, ed.Europa, Roma, 1986,
pp.130-1. Sull'argomento vedasi anche l'articolo, a cura di B.Zoratto, Fermate Evola, firmato SS, in
L'Italia settimanale, 9/2/94.
(49) J.Evola, Un razzista italiano, in Bibliografia Fascista, XI, II, Nov.1937. Di Giulio Cogni ricordiamo libelli quali: Il Razzismo, ed.Bocca, Milano, 1937, e I valori della stirpe italiana, ed.Bocca, Milano, 1937.
(50) J.Evola, Il Mito ecc.cit., p.102.
(51) J.Evola, Sintesi ecc.cit., p.77.
(52) J.Evola, L'equivoco del razzismo scientifico, in La Vita Italiana, XXX, 354, Sett.1942.
(53) G.Landra, Razzismo biologico e scientismo, in La Difesa della Razza, VI, 1, 5/11/42.
(54) J.Evola, Scienza, razza e scientismo, in La Vita Italiana, XXX, 357, Dic.1942.
(55) G.Almirante, "Che la diritta via era smarrita...", in La Difesa della Razza, V, 13, 5/5/42.
(56) U.Alfassio Grimaldi, Recensione a Sintesi di Dottrina della razza, in Civiltà Fascista, IX, 4, Feb.1942.
Dello stesso autore vedi anche: Razza e nazione, in Civiltà Fascista, X, 4, Feb.1943.
(57) J.Evola, Spunti di polemica razziale, in La Vita Italiana, XXX, 351, Giugno 1942.
(58) J.Evola, Sui rapporti tra razza e nazione e sulla storia patria, in La Vita Italiana, XXIX, 339, Giugno 1941.
(59) R.De Felice, Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo, ed.Mondadori, Milano, 1977, p.470.