GIOVANNI VERGA

Dalle laboriose ricerche al lungo silenzio.

Nato a Catania nel 1840 da una famiglia medio-borghese, Giovanni Verga mostra presto interesse per la letteratura e per le vicende patrie, tanto da esordire con opere romantico-patriottiche come Amore e Patria (1857), I carbonari della montagna (1861). Nel 1860 si arruola nella Guardia Nazionale e fonda un giornale politico "Roma degli Italiani" che si distingue per l'acceso orientamento unitario. Ma la sua vera vocazione è quella del narratore: prosegue ancora nel genere patriottico con il romanzo Sulle lagune(1862) al quale seguono Una peccatrice (1866) e Storia di una capinera(1871), che ottiene grande successo.

E questo il periodo del trasferimento di Verga a Milano dove rimarrà per circa 20 anni, vivendo l'esperienza comune a tanti intellettuali siciliani: il fascino del "continente", della Milano del giornalismo, dell'editoria, della vita moderna sentito conflittualmente come abbandono del proprio mondo, che nella lontananza verrà poi rivissuto e idoleggiato. Qui frequenta i salotti, fa le sue esperienze mondane, avvia rapporti con i letterati del tempo. Ed intanto lavora: nel 1873 pubblica Eva, nel 1875 Tigre reale ed Eros. Si tratta di letteratura di intrattenimento, di opere che descrivono donne fatali, amori travolgenti, ambienti mondani; sono destinate a quel pubblico borghese che poteva coltivare la letteratura ed in essa trovava la rappresentazioni delle proprie esperienze o dei propri sogni. Tuttavia, in questi anni Verga scrive il bozzetto siciliano Nedda(1874), incentrato sulle vicende pietose di una raccoglitrice di olive, dove sperimenta moduli narrativi diversi. E' il momento del trasferimento a Milano del suo conterraneo e amico Luigi Capuana, che recensisce sul Corriere della Sera L' Assommoir di E. Zola, facendo conoscere ed apprezzare al pubblico italiano le posizioni del naturalismo francese e del romanzo sperimentale.

Sono questi anche gli anni della delusione per gli esiti del processo risorgimentale e della nascita della questione meridionale, richiamata all'attenzione dall'Inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino e dalle Lettere meridionali di P. Villari. Verga pubblica una raccolta di novelle e nel 1878 Rosso Malpelo, mentre nel 1880 vede la luce Vita nei Campi e nel 1881 I Malavoglia . Questa operaè concepita con l'inizio di un ciclo narrativo volto a descrivere "la lotta per l'esistenza, per il benessere, per l'ambizione", nella quale c'è posto per i vincitori, ma soprattutto per i vinti a cui è dedicato il ciclo: I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo, La duchessa di Leyra, l'Onorevole Scipioni, L'uomo di lusso. Verga però dopo i primi due romanzi non riuscì a completare il ciclo, e morì a Catania nel 1922.

.Produzione mondana e conversione.

Sui primi romanzi di Verga, da Una peccatrice del 1866 a Tigre reale\ del 1875, basterà dire solo alcune cose. In tutte quante è evidente la presenza di alcune costanti:

  1. una passione amorosa travolgente, "romantica", contrastata o vissuta conflittualmente dai protagonisti, che approda ad esiti drammatici; una tipologia femminile in cui si intrecciano bellezza, bizzarria, lussuria; una società gaudente; il mondo del teatro; il duello; la figura del giovane artista, poeta o pittore in cerca di affermazione. Questo materiale viene presentato in intrecci improbabili, in narrazioni artificiose che mirano all'effetto e vogliono coinvolgere il lettore, al quale forniscono l'illusione di vivere storie intense e diverse dalla grigia quotidianità.
  2. Un secondo dato è la presenza di uno "stile di parole" fatto di enfatizzazione, di ricerca di effetti, di vistosità di toni e di tinte. Alcune volte, in alternativa alla passione devastante e all'amore "romantico", si trova la valorizzazione dei modesti ma sereni effetti familiari: l'affetto della madre di Pietro Brusio, il protagonista di Una peccatrice ; quello per la moglie nel caso di Giorgio La Feruta in Tigre reale , ecc.

Già in questi romanzi ci sono segni del distanziamento dell'autore dalla materia trattata, perché supera le complicità autobiografiche, mentre è evidente la polemica contro la società contemporanea, come è espressa nella prefazione di Eva :" Non accusate l'arte che ha il solo torto di aver più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri". Posizione questa che è sintomo di una riflessione sul ruolo dell'artista in un contesto storico-sociale che si avvia a profonda trasformazione.

Il distacco da questa produzione mondana ha una sua prima testimonianza nel bozzetto siciliano Nedda del 1874 e si realizzerà pienamente nelle novelle e nei romanzi, quando ci troveremo di fronte ad un Verga molto diverso. Sulle motivazioni di questo cambiamento Luigi Russo e Natalino Sapegno hanno parlato di mutato atteggiamento etico; Masiello invece lo attribuisce al disagio che la consapevolezza del divario tra Nord e Sud (questione meridionale, ecc.) crea in quegli intellettuali meridionali come Verga e aggiunge che nell'autore siciliano tale disagio assume l'aspetto di un vero e proprio disadattamento, di una profonda estraneità ai miti progressivi dell'Italia ufficiale e industriale. Verga è legato ancora ai valori della civiltà contadina e patriarcale siciliana e da essa deriva i motivi di riflessione. Si tratta di una civiltà caratterizzata da una visione della vita nella quale convergono il rifiuto della novità, la sfiducia profonda nell'agire umano, una fatalistica accettazione dell'esistente. Verga vede lo stravolgimento dei valori che la nascente società capitalistica sta provocando in Italia e prende le distanze dal processo di urbanizzazione che essa comporta, ma il suo distacco deriva dalla sfiducia nel cambiamento e nel movimento, dal profondo pessimismo tipico della civiltà da cui proviene. Altre motivazioni che convergono al mutamento verghiano si possono trovare nel clima letterario che matura in Italia sul finire degli anni Settanta e nella vocazione alla "sperimentazione", che Verga ha già dimostrato. Basta ricordare le fiducie scientiste della cultura positivista che, trasferite sul piano letterario, orientano verso una rappresentazione oggettiva, aliena da ogni sbavatura sentimentale e da ogni intervento moralistico o valutativo. Basta pensare all'interesse per le teorizzazioni del "romanzo sperimentale" di Zola.

La conquista dell'originalità: le tecniche narrative .

E' banale però ridurre la conversione di Verga al semplice cambiamento delle tematiche (al posto delle donne fatali e degli ambienti mondani, i braccianti e i pescatori della Sicilia). Tale conversione si realizza perché l'assimilazione delle nuove esigenze e dei nuovi canoni letterari si traducono in soluzioni formali e in nuove tecniche narrative. Bisogna distinguere infatti tra autore e narratore. Col termine autore si designa una persona anagraficamente determinata (Verga), di cui possiamo ricostruire la vita, le caratteristiche, i rapporti sociali e culturali attraverso i documenti. Col termine narratore non si designa una persona fisica, ma una funzione, quella del narrare: il narratore è cioè la voce a cui è assegnata l'enunciazione del racconto: può dire io (o noi) nel corso del racconto, riferendo vicende o presentandosi come protagonista e partecipe, in un racconto in terza persona, commentando quello che accade, ma non va confuso con l'autore. Il narratore può svolgere la sua funzione in molti modi: può rivelarsi nella sua identità di emittente del racconto e quindi intervenire, commentare, stabilire un rapporto con il lettore (es. Manzoni, Tolstoi), oppure celarsi nella maniera più assoluta (es. Verga, Hemingway). La soluzione scelta da Verga, la sua risposta al canone dell'impersonalità appare già nelle novelle e consiste in una sorta di "delega" che Verga concede al personaggio che nel romanzo svolge la funzione del narrare. Noi apprendiamo lo svolgersi della vicenda attraverso le parole di questo narratore che è parte di quel mondo e parla di quei personaggi e di quelle cose in modo diverso da come avrebbe parlato, con la sua cultura e le sue esperienze di intellettuale borghese, Verga. Verga attua così quello che è stato detto "artificio della regressione ", adottando livelli, parametri di giudizio e di linguaggio "bassi", "regrediti", rispetto a quelli suoi propri.

Le caratteristiche di questo narratore possono essere cosìc definite:

  1. Egli si presenta come espressione del mondo che descrive, è interno ad esso, ne adotta i codici di riferimento. C'è fra narratore e mondo narrato quelle affinità sociale, di cultura e di linguaggio che non poteva esserci con l'autore.
  2. I narratore ipotizza come destinatario del suo discorso un pubblico che o è quello che costituisce quel mondo o conosce quel mondo.
  3. Non accenna mai alla sua funzione di narratore, non la commenta, non dialoga col lettore
  4. Si caratterizza per la capacità di avvicinamento ai personaggi concepiti tutti dal punto di vista dell'ambiente descritto.

Verga potenzia tale effetto mediante la tecnica del discorso indiretto libero, che non è isolato dalle virgolette, non dipende dai verbi del dire o del pensare e si configura come un resoconto nel quale le parole e i pensieri dei personaggi sono riportati, con la mediazione del narratore, dalla sua voce. Questo metodo di raccontare ottiene due risultati importanti:

La Sicilia: realtà e dimensione mitica.

In Vita nei campi, Novelle Rusticane , I Malavoglia , Mastro don Gesualdo oggetto di rappresentazione è la realtà sociale siciliana: la vita dei pescatori e dei braccianti, lo scontro di classe tra braccianti e "galantuomini", gli intrighi per il mantenimento del privilegio o per l'ascesa sociale.

A)Nelle Novelle descrive il sopruso verso chi è indifeso o socialmente inferiore (Rosso Malpelo), la lotta per la "roba"( Il Reverendo, La roba), l'omertà fra galantuomini e magistrati ( La chiave d'oro), la protesta dei braccianti (Libertà).

B)Nei Malavoglia l'usura trova la sua incarnazione nel personaggio dello zio Crocifisso; il contrabbando mette a nudo la complicità e la corruzione; si ha così la rappresentazione della vita del paese dall'interno, per scoprire quello che c'è dietro la facciata: dietro il don Silvestro segretario comunale c'è il ricettatore; le tresche amorose della Santuzza sono finalizzate al contrabbando di vino; Piedipapera non fa solo il sensale, ma anche il confidente della polizia, ecc..

C) Nel Mastro don Gesualdo si evidenzia la denuncia della commedia del vivere sociale, la dissonanza tra le motivazioni ufficiali e le vere ragioni del comportamento, come la rappresentazione dei meccanismi del potere nelle mani di chi lo ha sempre avuto, l'alleanza tra nobiltà e ricca borghesia in funzione anticontadina e la rappresentazione degli ingranaggi del potere.

Tuttavia, questa demistificazione degli ingranaggi sociali, questa denuncia del fallimento risorgimentale restano bloccate perché sterile è l'ideologia verghiana e il suo contraddittorio rapporto con i capisaldi positivisti e con il retaggio della civiltà arcaico-rurale. Del positivismo Verga accoglie i metodi di indagine, l'attenzione verso le leggi che condizionano i comportamenti dei singoli e i rapporti di forza della collettività, ma rifiuta le fiducie nel cambiamento e nel progresso. Nell'introduzione a I Malavoglia Verga parla di progresso e lo definisce "grandioso nel suo risultato", ma solo se "visto nell'insieme", da lontano, ne ribalta però l'accezione comune e porta l'attenzione sul prezzo di lacrime e sangue che esso comporta e più che celebrare i vincitori sente congeniale interessarsi "ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare... ai "vinti" che piegano il capo sotto i vincitori d'oggi che saranno i sorpassati di domani". Il rifiuto verghiano delle ideologie dominanti che coniugavano le fiducie nel progresso con le idealità socialiste o populistiche salva il Verga dalla soluzione facilmente consolatoria e sentimentalistica. Muovendo da questa predilezione per i vinti e da questa sfiducia nel progresso, la rappresentazione verghiana non può risolversi che in una dolente analisi dell'esistente ma priva di prospettive e di sbocchi. Anzi, sono proprio i presupposti del progresso che costituiscono nei suoi romanzi maggiori il peccato originale della sconfitta di 'Ntoni Malavoglia e di Mastro don Gesualdo. La trasformazione della società italiana in senso borghese-capitalistico viene rifiutata da Verga per gli sconvolgimenti della società agricolo-arcaica che essa comporta e per i nuovi valori - accumulazione, economicismo, smania di cambiamento - che introduce; d'altra parte, rifiutata la strada classica dell'opposizione all'assetto borghese, cioè quella del socialismo la critica della società presente poteva alimentarsi solo di ragioni morali. Si riesce così a capire la rappresentazione della Sicilia e del mondo di Acitrezza che viene fatta nei Malavoglia. Questo mondoè rappresentato anche come un luogo nel quale è possibile trovare ancora -in padron 'Ntoni, Bastianazzo, la Longa, Mena, Alessi - la personificazione di quei valori in via di estinzione, la fedeltà ai detti antichi. Di contro a personaggi simili, espressione del vagheggiamento del passato, stanno tutti gli altri - dallo zio Crocifisso alla Santuzza, Dalla Vespa a don Silvestro - impastoiati nelle loro meschinità e nei loro egoismi, dominati dai nuovi valori economici. Il mondo di Acitrezza coi suoi personaggi e i suoi conflitti viene rappresentato in una doppia prospettiva: , cioè come un mondo sottratto alle contingenze, fisso nelle sue leggi, al di fuori della storia. Si pensi al ricorso ai proverbi, che nasce dall'impegno veristico ma serve a creare quell'effetto di fissità di un mondo sottratto ai cambiamenti.

L'approdo di Mastro don Gesualdo e di Verga . Nei Malavoglia la lotta dei personaggi è ancora per la soddisfazione dei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze e si incarnerà in un tipo di borghese, Mastro don Gesualdo, che vive in una piccola città di provincia. Il suo mondo è dapprima quello popolare, quando Gesualdo è ancora "mastro", ma anche quello della borghesia terriera, con le sue alleanze e i suoi scontri, poi quello dell'aristocrazia, nei cui ranghi entra con il matrimonio Isabella, la figlia del protagonista. Se nei Malavoglia c'è una dimensione unica, nel Mastro don Gesualdo c'è la molteplicità dei punti di vista. C'è innanzitutto il punto di vista di un anonimo narratore popolare che adegua la narrazione a misura propria e la riporta entro l'orizzonte della sua esperienza quotidiana. Ma c'è anche una voce narrante più solidale con l'autore, di cui esprime i valori e la cultura (e quindi valutazioni e reazioni). Verga però per il canone dell'impersonalità non si può abbandonare ad un intervento in prima persona e perciò lo mimetizza secondo modalità popolari. Ai due punti di vista (narratore popolare e narratore solidale con l'autore), ne va aggiunto un terzo: quello del protagonista (es. Quando Gesualdo fa un bilancio della sua vita e nell'ultimo capitolo). Inoltre, nei Malavoglia il racconto scorre con continuità regolare e solenne. In Mastro don Gesualdo la tecnica alla quale Verga ricorre è quella dell' ellissi, che consiste nell'eliminazione dei nessi e di tutte quelle circostanze e sviluppi che portano da un momento dell'azione all'altro. Il romanzo risulta così articolato per grandi blocchi narrativi (le 4 parti che disegnano l'ascesa, la pienezza, la crisi, la fine del protagonista).\par Il protagonista è rappresentato come incarnazione di quei valori con cui Verga intendeva polemizzare e la fine di Gesualdo rappresenta la conferma della loro inutilità e pericolosità.

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