TRA LE DUE GUERRE.

Il Ventennio fascista.

L'Italia, uscita dalla guerra mondiale con più problemi di quanti ne avesse all'entrata, appariva come una realtà in profonda crisi. I problemi che la travagliavano possono essere così ricordati:

  1. il problema delle frontiere: aveva ricevuto Trento e Trieste, ma non Fiume, l'Istria e la Dalmazia, mentre gli era stato assegnato il Sud Tirolo, di lingua e tradizione tedesca. Le difficoltà diplomatiche fecero nascere il mito della "vittoria mutilata"; l'episodio di Fiume fu una prova della soluzione militare dei problemi;
  2. il problema della riforma agraria: (nuovo rapporto tra contadini e proprietari e tra città e campagna;
  3. il problema della piccola borghesia, rappresentato dagli ex ufficiali congedati, convinti di avere dei crediti nei confronti della società.

La soluzione di tali problemi ebbe risposte diverse, non sempre lucide, spesso inadeguate, che la riforma del sistema elettorale in senso proporzionale non risolse come si sperava. Il mondo politico italiano risultava così articolato:

La situazione economica e politica difficile, la crisi economica ed ideale di quegli anni crearono problemi gravissimi a causa dell'uso continuo della violenza cui la guerra aveva abituato tanti uomini, provocando continue violenze che culmineranno nella occupazione delle fabbriche, nei tentativi insurrezionali e nella Marcia su Roma di Mussolini, seguita dalla chiamata di questi a formare il governo.

Prima con un governo di coalizione, poi con nuove elezioni incentrate sul listone nazionale, il Fascismo prese il potere trasformando profondamente lo stato liberale in regime corporativo ed assoluto, con la soppressione dei partiti, l'unificazione sindacale, una politica economica e sociale, originale anche se più imposta che condivisa. Le conquiste coloniali, la "battaglia del grano", il risanamento economico crearono un grande consenso al regime fino almeno alla seconda guerra mondiale, ma ben presto le difficoltà della guerra misero in crisi l'intera società e il fascismo, fino alla sua caduta nel 25 aprile 1943 e poi alla disfatta dell'esercito e dello stato, l'8 settembre 1943, con l'Italia occupata militarmente e divisa in due, la guerra civile, i bombardamenti, fino al trattato di pace del 1945, con il quale l'Italia perdeva le colonie, subiva tagli al suo territorio, cambiava forma istituzionale ed iniziava una difficile vita dominata dalla guerra fredda che riproduceva al suo interno la spaccatura ideologica tra Est e Ovest con i due partiti di massa: il PCI e la DC.

In questo arco di tempo le posizioni della cultura furono variamente diversificate, e preliminare appare perciò il compito di delineare il nesso tra politica e cultura. Le idee che della cultura ebbe il fascismo, o meglio il regime fascista, sono delineate con grande precisione nel Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, mentre le posizioni contrastanti, liberali e democratiche, furono oggetto del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Altre posizioni originali furono:

Accanto a queste contrapposizioni dottrinali e spesso ideologiche, la cultura italiana si sforzò di delineare i valori e le idee che la grande crisi culturale mondiale, dei valori e delle forme trasmetteva. Mentre anche in Italia si affacciano i problemi della civiltà di massa, del primo consumismo e dell'alienazione, si pubblicano opere che richiamano tali crisi, nella proposta di soluzione o nella semplice denuncia dei limiti esistenziali. La letteratura di guerra, gli elzeviri, la letteratura della crisi sono tanti elementi di un periodo complesso e ancora di difficile lettura che in Svevo, Pirandello, Montale, Ungaretti trova i nomi di maggior spessore.

Ungaretti e la poesia pura.

Dopo la guerra crepuscolarismo, futurismo, vocianesimo cedono il passo ad altre esperienze. Dopo le trasgressioni avanguardistiche e il trauma bellico c'è nell'aria il bisogno di un generale ritorno all'ordine, di cui il calligrafismo della "Ronda" e la poesia di Cardarelli rappresentano la principale componente letteraria della lirica degli anni Venti in Italia. La guerra e il dopoguerra distillano anche due esperienze fondamentali e tra loro in buona misura divergenti: quella di Ungaretti ( L'allegria, del 1916) e quella di Montale che pubblica gli Ossi di seppia nel 1925. Quest'ultima nasce nel solco di una tradizione che è crepuscolare e vociana e inclina verso una dimensione discorsiva, ragionativa (paesaggi, oggetti simbolici e commenti esistenziali e psicologici) e moderatamente prosastica, prima di aderire ad una più rigorosa poetica degli oggetti che ha il suo modello in T.S. Eliot, con Le occasioni prima e con La bufera poi. Quella di Ungaretti nasce nel solco della tradizione simbolista e avanguardista francese e inclina verso una poesia d'alta concentrazione lirica, nutrita di immagini isolate e improvvise folgorazioni: lirismo puro, insomma, del tutto alieno dalla discorsività diffusa di Montale; lirismo che, muoverà in direzione del canto disteso.

Nei loro rispettivi settori di influenza sono le due esperienze che, insieme a Cardarelli, dominano il panorama della lirica tra le due guerre fino all'ermetismo.

Il primo fatto che colpisce il lettore dell' Allegria sono i cosiddetti "versicoli", cioè la rarefazione della parola sullo sfondo della pagina bianca e la frantumazione dei versi tradizionali, ridotti a brevissimi sintagmi, a parole singole. L'Allegria realizza una nuova sintassi lirica ed è il più radicale esempio di rinnovamento formale sperimentato dalla lirica del nostro secolo. Quella dell'Allegria, infatti, è piuttosto un linguaggio di straordinaria intensità ed essenzialità lirica, in cui le rare parole si stagliano sullo spazio bianco della pagina con intensità e forza evocativa analoga a quella con cui la parola originaria si stagliava nel silenzio. L'obiettivo è la riconquista di una significazione autentica ed essenziale dopo l'orgia di retorica dei poeti-vati, ma anche dopo le provocazioni verbali delle avanguardie. Ma la poesia di Ungaretti si nutre anche di una varietà di toni che va dal balbettio al grido, di un lessico ora realistico e crudo ora intimistico e sfumato, di sonorità ora dolci ora aspre e scaltre, e di una sintesi tra potenza evocativa (impressionistica) e perentorietà di dizione, nitidezza di contorni (espressionistica), che ne fanno una cosa nuova. La guerra tragica e orribile, vanificando la retorica magnificante l'interventismo, contribuisce storicamente ad arricchire di significato l'ispirazione di Ungaretti: il poeta non cessa di sottolineare l'importanza soggettiva, anche psicologica, di quell'evento e della sua personale esperienza al fronte. La guerra mette l'uomo a nudo, gli fa toccare con mano i bisogni materiali e psicologici elementari, gli fa provare i sentimenti essenziali (primitivi perché essenziali): corporeità e fragilità, paura e speranza, amore e orrore, disperato attaccamento alla vita. Lo mette di fronte ai limiti stessi della condizione umana - la vita, la morte, il dopo; i bisogni materiali, le tensioni spirituali; il contingente, l'assoluto - e instaura una dialettica tra orrore della condizione presente, senso della fragilità da un lato, e tensione consolatoria e liberatoria nel ricordo, nell'immaginario, nell'altrove metafisico, dall'altro, che porta il giovane uomo proiettato nello sconvolgimento del mondo ad una più matura consapevolezza di sé e dei suoi rapporti con la natura e con la storia, della condizione umana insomma. Di tutto ciò Ungaretti fa materia poetica e si mette in scena, fante-poeta, anzi uomo senza aggettivi di fronte a se stesso nella notte della guerra, nel silenzio delle veglie, nella desolazione delle macerie e sotto la volta infinita del cielo, alla ricerca del significato del proprio esistere, della propria precarietà e transitorietà, che balbetta o grida poche parole essenziali. Tuttavia la poesia di Ungaretti non è poesia ingenua, elementare e primitiva, ma una operazione letteraria consapevole e colta. La personale esperienza della guerra, le intenzioni ideologiche, divenute temi della raccolta, si fondono felicemente con le intenzioni strettamente letterarie e le procedure formali, arricchendosi reciprocamente di senso. Fra il testo e la pagina bianca su cui esso si proietta si istituisce una relazione essenziale: parola e silenzio interagiscono fra loro arricchendosi reciprocamente di significato. Alla scarnificazione del discorso logico corrisponde una concentrazione e un'intensificazione del senso, che è in assoluto l'ideale supremo della lirica, tanto più quanto essa si propone allo stato puro, priva cioè di complicazioni descrittive narrative o argomentative.

La lirica fra le due guerre e l'ermetismo.

Il primo dopoguerra segna un processo di parziale restaurazione dei valori poetici tradizionali. Il nome di spicco di questa tendenza è Vincenzo Cardarelli. Egli diventa l'animatore della "Ronda" e l'interprete del gusto calligrafico, del ritorno alla lezione di equilibrio e di precisione dei classici. La poesia di Cardarelli obbedisce ad un ideale di eloquenza ragionativa e discorsiva, che ammette l'uso di tutti gli artifici retorici ma con la discrezione, il senso della misura, la ricerca di naturalezza propri della tradizione che va dal Petrarca al Leopardi, esplicitamente presi a modello. Caratteri salienti della poesia di Cardarelli e del suo moderno classicismo sono dunque un discorso pacato, moraleggiante, riflessivo, un' espressione che mira a definire più che a evocare oggetti sentimenti e situazioni mediante un lessico nitido e preciso e una sintassi organizzata. A metà degli anni trenta si sviluppa l'ermetismo fiorentino, sullo sfondo del difficile rapporto tra fascismo e intellettuali, che vede gli intellettuali orientarsi verso un ripiegamento nel privato, verso un atteggiamento di non collaborazione o innocua contestazione, che si manifesta nei termini di una rappresentazione degli aspetti più dolenti della condizione umana e di una ricerca interiore divergente dall'ottimismo e dalla retorica di regime. In questo contesto si innesta l'esperienza ermetica. L'accezione più corretta di ermetismo fa riferimento a un gruppo di intellettuali e poeti fiorentini legati alle riviste "Il Frontespizio" e "Campo di Marte" sulle quali vengono elaborando un'idea di letteratura e una poetica abbastanza omogenee. Ricordiamo Mario Luzi, Alfonso Gatto, Carlo Bo, ma anche Salvatore Quasimodo e Leonardo Sinisgalli che spesso vengono fatti rientrare nel canone degli ermetici. La poetica dell'ermetismo è presentata nel manifesto di Carlo Bo Letteratura come vita,che teorizza la necessità di attribuire all'arte una funzione etica e metafisica; l'arte va concepita con estrema serietà e impegno. Questi sono gli elementi comuni:

  1. La poetica della parola: alla parola si attribuisce la funzione di tramite per l'assoluto o addirittura la condizione di realtà alternativa e più autentica di quella empirica. La poesia è così principio e fine di se stessa, non deve porsi finalità pratiche (autonomia dell'arte).
  2. La poesia non ha come scopo la comunicazione ma la ricerca della verità: ne deriva una concezione esoterica, iniziatica del linguaggio, che si volge all'oscurità del simbolo, a metafore e analogie allusive, evocative, criptiche. Avremo così un linguaggio e uno stile elaboratissimi, fitti di quei procedimenti che rendono vaga, indeterminata, oscura e preziosa la comunicazione.
  3. Sul piano delle tematiche ritroviamo la fondamentale dinamica disagio esistenziale/evasione o ricerca o attesa di un evento giustificatorio, liberatore, che dà luogo alle tematiche più caratteristiche dell'ermetismo, quelle dell'assenza, dell'attesa, del transito, dell'avventura e della ricerca, e suggerisce intense e suggestive meditazioni sul rapporto tra mondo reale e oltremondo, tra vita e morte, tra presente e passato.
  4. Il disagio esistenziale da cui muovono i poeti si mostra, in una poesia sovente oscura, anch'esso oscuro, vago, difficile da definire razionalmente o su basi biografica: esso sarà pertanto leggibile in molteplici chiavi, via via personale, esistenziale, metafisica, religiosa ma anche politica.

L'assenza e l'attesa saranno via via assenza e attesa di persone, luoghi o eventi o metaforicamente della vita e della felicità, della sua giustificazione metafisica o altro ancora.

NARRATIVA TRA LE DUE GUERRE

Il primo tipo di produzione letteraria diffuso in questo periodo è la memorialistica, collegata alla prima guerra mondiale. Sono tutti testi nei quali la guerra è vista nella sua disumanità e crudeltà, ed è proprio da questo contesto che nasce l'umana solidarietà tra quanti sono legati alla stessa tragica sorte.I due testi più rappresentativi di questa produzione sono Con me e con gli alpini (1919) di Piero Jahier e Un anno sull'altipiano (1938) di Emilio Lussu; di impianto diverso sono Kobilek(1918) del pittore scrittore Ardengo Soffici e Giorni di Guerra (1930) di Giovanni Comisso. Nessuno di questi testi comunque ha avuto quell'ampiezza di echi e quella "durata" che sono toccate invece ad opere quali Il fuoco (1916) del francese Henri Barbusse, violenta e "naturalistica" rappresentazione dell'infernale vita di trincea, e All'ovest niente di nuovo(1929) del tedesco Erich Maria Remarque, che non rappresentano solo la crudele realtà della guerra ma i traumatici effetti che tale esperienza provoca in chi era stato educato alla mitologia del militarismo nazionalista.

Nei due decenni tra le guerre mondiali il panorama della narrativa italiana si presenta abbastanza ricco e articolato. Per capire la prosa italiana di questi anni bisogna tenere conto dall'influenza avuta da due riviste letterarie, La Ronda e Solaria .

La Ronda (1919-23) :

 

Solaria (1926-1936):si ricollega alla Ronda con prospettive in parte diverse.

Nei primi anni 20 vengono pubblicati i romanzi di Federigo Tozzi ( Con gli occhi chiusi, Tre croci, il podere)\ : Tozzi ha una dimensione lirica ed insieme visionaria, che interiorizza nella coscienza del personaggio dati paesistici e vicende; una mobilità e l'incastro dei piani narrativi; il sottofondo di inquietudini, di oscure pulsioni che è nei personaggi dei suoi romanzi e che dà a storie di provincia una dimensione europea. In Tozzi come in KafKa la matrice autobiografica (l'oppressione di un padre-padrone, la morte della madre) diventa personaggio, vicenda, funge da specchio di una generale condizione umana. Questa è vista dallo scrittore come rapporto di violenza e di sopraffazione, come scontro di oscure pulsioni distruttive e autodistruttive. Europea è la tipologia umana che ricorre nei suoi romanzi: una figura di vinto, di creatura travolta dalla vita, di uomo malato nella volontà, che ha conoscenza della propria inettitudine a vivere, che si abbandona alle cose e agli eventi e se ne fa consapevolmente travolgere.

Esce nel 1921 Rubè di Borgese: la storia di Filippo Rubè, giovane intellettuale piccolo borghese velleitario e abulico, che passa da una esperienza all'altra (l'interventismo, la guerra, l'amore) con una sostanziale incapacità di adesione e muore casualmente in uno scontro tra socialisti e fascisti, toccando i punti nodali della storia italiana dell'epoca. Ma con Filippo Rubè Borgese approfondisce la configurazione della tipologia umana già presente in Tozzi. Nel romanzo di Borgese l'"Inetto", incapace di fedi e di miti, sarà vittima del caso e dell'assurdo di vivere, "indifferente" e "straniero" alla società, oppresso dall'angoscia esistenziale.\

Nel 1929 Gli indifferenti di Alberto Moravia, nei quali l'autore demistifica l'oleografico moralismo fascista e della borghesia egemone, al posto della "sanità morale", conclamata conquista dell'"ordine" fascista, mette a nudo il lerciume e la carenza di ogni valore etico o civile. Moravia porta a compiuta definizione un tipo umano già noto - l'inetto. l'incapace a vivere - e fa dell'indifferenza un paradigmatico atteggiamento esistenziale che avrebbe avuto poi larga eco nella letteratura europea. Già da questa prima opera Moravia dimostra come le componenti di fondo del mondo da lui rappresentato, indipendentemente dall'ambiente da lui scelto, sono le medesime: un'atonia spirituale, un'angustia di orizzonti che non vanno oltre il danaro e il sesso, una perenne assenza di autenticità nella giornata e nei rapporti degli individui rappresentati. Moravia considera l'arte come presa di coscienza di una realtà data, come registrazione della crisi del nostro tempo. Egli ha sempre assegnato alle sue storie e ai suoi protagonisti una significazione emblematica: ne ha fatto gli esempi di una generale condizione esistenziale più che storica. Da ciò derivano la scarsa attenzione dedicata alla caratterizzazione sociale dei suoi personaggi; i suoi interessi sono rivolti più ai temi esistenziali che a quelli storici e i suoi ingranaggi narrativi mirano a mettere in luce situazioni e meccanismi psicologici tipici e astratti. Su questa strada il romanzo diventa saggio o romanzo-saggio e, di conseguenza, Moravia ha utilizzato i più vari strumenti di diagnosi, come la psicanalisi e il marxismo, la sociologia e le scienze delle comunicazioni di massa. Mediante questi strumenti ha realizzato romanzi-saggio sempre più scaltriti e aggiornati. E lo stile è appunto da referto scientifico, da analisi.

Della narrativa dei solariani è influenzata anche Gente in Aspromonte(1930) di Corrado Alvaro, una raccolta di racconti nella quale la terra natale, la Calabria, diventa entità mitica e lontana, memoria dell'infanzia, realtà immobile e fuori dal tempo, in contrasto col meccanico e angosciato mondo delle metropoli moderne. Anche quando Alvaro sarà autore in seguito di romanzi con implicazioni e problematiche etico-politiche la tendenza a trasferire il reale in un'atmosfera arcana e magica saranno le costanti delle sue pagine.

Dino Buzzati pubblica nel 1940 plIl deserto dei Tartari, incentrato sulla condizione umana dell'attesa destinata ad essere delusa. Con Buzzati siamo ad una forma, a un livello di letteratura che raggiunge una vasta fascia di lettori, produce un romanzo di successo, cosa del resto riuscita anche con Le sorelle Materassi (1934) di Aldo Palazzeschi, Il mulino del Po (1940) di Riccardo Bacchelli, il Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati.

Nella seconda metà degli anni Trenta parallelamente alla diffusione della narrativa americana nasce il "mito dell'America", mentre il romanzo che conclude questa stagione letteraria è Conversazione in Sicilia (1941) di Elio Vittorini. Nella prosa di questo romanzo c'è la lezione solariana e ci sono le suggestioni dei romanzieri americani, ma ci sono anche le inquietudini di una generazione che progressivamente prende coscienza della vera realtà del fascismo e dell'avventura fatale cui, con l'intervento della guerra di Spagna, esso dà inizio.

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