GIOVANNI PASCOLI
Esperienze biografiche e capisaldi ideologici
Pascoli e D'annunzio costituiscono la novità della poesia italiana di fine 800. Giovanni Pascoli è un autore importantissimo per capire l'inizio del Novecento:
Tali novità però non vanno intese in senso strettamente tecnicistico, ma esse appaiono così perché sono coerenti con una sensibilità e una visione della vita, nuove e omologhe ad un'ideologia: sono cioè il linguaggio di questa ideologia e del suo modo di presentarsi.
Giovanni Pascoli nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna, oggi San Mauro Pascoli, da una famiglia numerosa, di modeste condizioni economiche. L' uccisione del padre, rimasta impunita e sconosciuta, è il primo dei lutti familiari e l'inizio di una vita fatta di distacchi, ristrettezze economiche e sofferenze, alle quali si sottrae con lo studio, laureandosi e iniziando la carriera di professore, nei licei prima e all'università poi, sulla cattedra che fu di Carducci. Per tutta la sua vita Pascoli alterna la carriera di docente con quella di poeta, pubblicando Miricae , i Poemi conviviali, Primi poemetti, I Canti di Castelvecchio, i Poemi del Risorgimento e la produzione dei Carmina in latino che gli valse anche riconoscimenti europei. Suo impegno sarà ricostruire la famiglia scompaginata dalla morte dei genitori, per ricreare quell'unità che il destino aveva squassato. Tutta la vita del Pascoli fu dominata da un legame con la famiglia, particolare, morboso, ma non la famiglia creata con l'esperienza d'amore e della paternità, ma con la famiglia d'origine, sentita come nucleo di memorie e di sangue, come rifugio sicuro nel quale arroccarsi, come tiepido alveo materno dal quale è impossibile e pericoloso uscire. Questa esigenza sarà tradotta nell'immagine del "nido". La famiglia allora, e la casa nella quale essa vive, vengono viste come un nido caldo, chiuso, segreto, che rifiuta o evita i rapporti con l'esterno, ma è pieno di intimità, di affetti profondi e viscerali. All'immagine del nido si collega frequentemente il ricorrere del motivo dei morti, delle dolorose memorie familiari che cementano questo rapporto col nido e lo rendono sempre più chiuso ed esclusivo. Ne deriva allora la visione di una vita tutta raccolta nell'ambito della famiglia, gelosamente custodita e difesa, incentrata esclusivamente ed istintivamente sui rapporti di sangue ai quali è affidato ogni legame e con la negazione di tutti gli altri modi di contatto e di rapporto collegati con una diversa organizzazione della ragione. Questo insieme di atteggiamenti ne comporta degli altri, quali la chiusura sentimentale e la paura della storia. Infatti l'idoleggiamento del nido, la chiusura entro i confini affettivi della famiglia d'origine impediscono all'uomo Pascoli di crescere, di maturare umanamente, di rompere il cordone ombelicale con la famiglia d'origine e lo blocca di fronte alle possibili esperienze amorose, di fronte alla donna e all'eros, in una situazione adolescenziale fatta di turbamenti e di paure, di attrazione/repulsione verso l'ignoto. Al punto di vivere come un tradimento l'abbandono del nido da parte della sorella che si sposa e del non dar seguito al proprio fidanzamento con la cugina. Ma l'ideologia del nido si accompagna anche ad un'angosciosa perplessità, ad un vero e proprio sgomento di fronte alla realtà nella quale gli tocca vivere, ad una vera e propria fuga dalla storia. Il meccanismo dell' industrializzazione e del progresso, la crescita delle grandi città, le profonde trasformazioni in atto gli fanno immaginare un futuro angoscioso di schiavitù e di annullamento, opera soprattutto della scienza che non ha prodotto né la felicità né la liberazione dell'uomo, togliendogli inoltre la consolazione della fede. L'antiprogressimo, è vero, è uno degli orientamenti del tempo e il rifiuto della civiltà contemporanea è un denominatore comune degli esponenti del Decadentismo. Ma mentre questi lo dirottano o lo concretizzano nel vagheggiamento estetico di un mondo di pura bellezza e nella ricerca di un elitario edonismo, Pascoli lo indirizza verso un ripiegamento intimistico di vittimismo compiaciuto o nel malinconico idoleggiamento della campagna - "natura" contro "storia" - e delle umili cose, sentite come paradiso perduto. Il rifiuto della storia in lui dà origine alla solitudine, all'autocommiserazione, allo smarrimento angoscioso di fronte al "pianto di stelle" unico risposta a "quest'atomo opaco del male".
Una poesia nuova.
Proprio alla vita di campagna è ispirata Miricae , raccolta di liriche pubblicata nel 1891; già col titolo Pascoli sottolinea la modestia e la quotidianità dei temi di queste liriche, che colgono la vita agreste nell'avvicendarsi delle stagioni e nel succedersi delle ore, pullulando di particolari e di aspetti quotidiani. Questi temi hanno un atteggiamento linguistico caro al verismo, consistente nel frequente ricorso al termine preciso, tecnico o gergale. Ma non siamo di fronte ai bozzetti veristici di tanta produzione letteraria e figurativa di quei decenni. Il verismo di queste componimenti è solo apparente, in essi si ha il trascolorare di quei moduli e di quei toni detti veristici. Il mondo campestre di Miricae non rappresenta la scoperta veristica, l'epopea del quotidiano, ma è lo scenario sul quale Pascoli proietta le inquietudini, gli smarrimenti, un senso del vivere fatto di ansiose perplessità; così i dati realistici si caricano di significati e di simboli, diventano dei segni utilizzati per significare dell'altro, cheè oltre l'apparenza. Il simbolismo di Miricae è una modalità, una tecnica che si ritrova anche in altri componimenti, come i Canti di Castelvecchio, i Poemetti. Bisogna dire che nella produzione pascoliana non c'è uno sviluppo, un processo di svolgimento, nel senso che tutte le tematiche e le componenti della sua poesia sono identificabili fin dall'inizio. Ma esistono peròtre novità sostanziali: strutturale, linguistica, metrica. La novità strutturale riguarda l'impianto, l'architettura del componimento. Consiste nell'infrangere l'ordine logico, la coerenza tra prima e poi, la congruenza e il rapporto fra i vari aspetti delle cose, la nettezza di disegno e di definizione che erano state le regole di fondo della poesia italiana, almeno fino a Carducci. Pascoli infrange tutto questo. La descrizione o la narrazione non sono regolate dalla comune logica o da una razionale congruenza, ma procedono per ellissi o per accostamenti non motivati: i particolari secondari si dilatano, la successione e il rapporto fra le cose si pongono al di fuori di ogni ordine tradizionale. E' un narrare per allusioni, riprese, evocazioni, analogie, in cui non è il significato e l'ordine logico del discorso a prevalere, ma quello simbolico ed evocativo.
D'altra parte di queste modalità Pascoli era consapevole e le aveva teorizzate nelle pagine de Il fanciullino , testo nel quale enuncia la sua poetica, una concezione della poesia come operazione estranea al logos , alla razionalità, come perenne capacità di stupore tutta infantile, come disposizione irrazionale. E' la metafora del fanciullino che rimane dentro di noi ad onta degli anni e dei capelli bianchi. Questo fanciullino sogna, ricorda, inventa, parla alle cose e le fa parlare: questo è il poeta, questoè la poesia. Al rifiuto e al superamento del logos èda collegare anche l'uso nuovo della sintassi che egli fa, i nessi di coordinazione anziché di subordinazione, il ricorso alla paratassi, ai rapporti fonici e ritmici con i quali costruisce la nuova architettura della poesia che non realizza con la sintassi. L'altra novità è quella linguistica. Pascoli non usa le norme tradizionali della comunicazione, fondate sull'adozione di una lingua codificata e chiara nelle sue valenze semantiche. Egli ricorre infatti ad un linguaggio pre-grammaticale, che è costituito dalle onomatopee, che non hanno valore semantico ma fonosimbolico, o utilizza termini tecnici e gergali..
Altra novità è quella metrica. Egli utilizza i metri della tradizione tenendo d'occhio il contemporaneo magistero carducciano: strofa saffica, ballata, madrigale... Ma anche usando queste forme Pascoli realizza un'operazione innovativa perché accoglie i versi e i sistemi strofici consacrati dalla tradizione per servirsene come di un piano sotto il quale fa emergere un canto diverso, la voce intensa e inquieta del fanciullino. Ne deriva che il verso e la strofa tradizionali perdono la loro armonia e tipicità, sostituite da una versificazione e da una musicalità0 nuove, spesso apparentemente prosastiche, ma evocative con i loro suoni e i loro rimandi simbolici.
Continuità e varietà .
I capisaldi dell'ideologia pascoliana sono già chiari attorno al '90 e trovano mediazione poetica non solo in Miricae ma anche nei Poemetti e nei Canti di Castelvecchio: una dolente perplessità intorno alla vita e al mondo, dominati dalla violenza e dal male; un'acuta coscienza del mistero che circonda il destino; il vagheggiamento della solitudine e del raccoglimento; il mito e il culto del nido con la fuga dalla storia che approda all'idoleggiamento della campagna e alla ricognizione degli aspetti dell'umile realtà quotidiana. Questi temi sono sempre presenti nelle sue liriche, a volte dominati con sicurezza, altre volte tradotti sul piano poetico in soluzioni e toni pieni di compiacimento vittimistico o di languori pargoleggianti e sentimentali (il "pascolismo"). Tali atteggiamenti però ad un certo punto subiscono un indirizzo nuovo: la proiezione. Essi vengono proiettati verso il mondo classico nei Poemi conviviali, dove Ulisse e Alessandro Magno esprimono la precarietà del destino umano e l'insondabile mistero prima simboleggiato dagli aspetti dimessi del quotidiano. Il mondo classico diviene così ulteriore esemplificazione del destino di dolore e di sconfitta cui l'uomo soggiace. Del resto anche nei Carmina, componimenti in latino il mondo romano è visto nei suoi aspetti di giornaliera, dimessa umanità: situazioni umili o private, colte preferibilmente nel trapasso dal mondo romano al cristianesimo. L'altra proiezione attuata dal Pascoli riguarda il mito del "nido", concepito in un primo tempo in dimensione familiare, come legame di memorie e di sangue, come difesa contro il male del mondo, con l'immagine della "siepe" che fa da confine e da barriera, metafora della difesa del podere e della piccola proprietà contadina. Ad un certo punto però il nido viene concepito in dimensione non familiare, ma nazionale. Contaminando un vago socialismo con l'umanitarismo di tipo tolstoiano e con l'attenzione ai problemi dell\rquote emigrazione Pascoli si fa esaltatore del nido di tutti gli italiani, della "nazione povera" i cui componenti si devono unire e adoperarsi nella lotta contro le "nazioni ricche". E' il caso de La Grande Proletaria si è mossa, in difesa dell'impresa libica, vista come occasione di lavoro e di esportazione di civiltà. Il poeta fanciullino si è trasformato in "poeta vate"