ALESSANDRO MANZONI.

Alessandro Manzoni o della riservatezza.

Alessandro Manzoni ebbe una formazione rigidamente cattolica ed autoritaria presso i padri Somaschi e Barnabiti, cosa che favorì per contrasto l'atteggiamento decisamente giacobino e democratico in campo politico e l' orientamento ateistico o deistico in campo religioso, secondo le tendenze allora dominanti negli ambienti nobiliari. Il soggiorno parigino, il matrimonio con la calvinista convertitasi al cattolicesimo Enrichetta Blondel e la frequentazione dell'ambiente degli "ideologi", soprattutto Fauriel, sono gli avvenimenti decisivi della sua vita. L'avvenimento fondamentale, che può essere visto come una conseguenza dei precedenti è la conversione, che non fu un evento istantaneo e miracoloso, ma il frutto di eventi esterni e interiori, di emozioni e di meditazioni, guidate da due sacerdoti di orientamento giansenistico. E per tutto il resto della vita Manzoni visse intensamente e coerentemente la religione abbracciata. Il vero nodo della biografia manzoniana è il rapporto tra cattolicesimo e cultura illuministica e anzi questo è forse la chiave di interpretazione della sua opera. La critica in merito è però piuttosto divisa nei giudizi, anche se bisogna riconoscere che il cattolicesimo e la cultura illuministica sono entrambi componenti importantissime della cultura e dell'opera manzoniana. Con il rientro a Milano nel 1810 inizia per Manzoni la sua più intensa attività letteraria. Egli compone i primi Inni sacri (1812-15), le tragedie Il conte di Carmagnola (1816-20), e Adelchi (1820-22), le odi Marzo 1821 e Il 5 maggio (1921), la prima redazione del del romanzo Fermo e Lucia (1823), la cui redazione più importanteè quella del 1827 con il titolo de I promessi Sposi, la prima redazione della Storia della colonna infame (1827) e vari saggi come le Osservazione sulla morale cattolica(1819), La Lettre à M.Chauvet, la Lettera sul romanticismo (1823) e il Discorso sopra alcuni punti della storia longobarda in Italia (1820).

Capitolo importante è anche quello del suo rapporto con la cultura romantica e con l'azione risorgimentale, anche se Manzoni si è tenuto sempre in disparte dalle manifestazioni pubbliche e da una presenza attiva negli avvenimenti. Tale atteggiamento è spiegabile con la sua psicologia e con quel rigorismo morale e religioso che lo portano ad evitare ogni contrasto netto ed ogni polemica accesa. Dopo la stagione della produzione artistica, Manzoni si apparterà ancora di più e, nonostante i riconoscimenti pubblici (saràanche senatore del Regno), vivrà in disparte gli ultimi anni della sua vita.

La poetica: il vero storico e la sua negazione.

La ricerca della verità e i modi con cui raggiungerla sono al centro della riflessione del M. sulla letteratura. Egli indaga il rapporto tra vero poetico e vero storico, cioè l'intreccio di poesia e storia, prima affermandone la necessità e poi, al termine della sua produzione, negandola. L'opera in cui afferma tale necessità è la Lettre à M. Chauvet, dedicata alla polemica contro la concezione classicistica della tragedia, ma in essa enuncia tutti i principi della sua poetica.

Le norme che regolavano la tragedia classica derivavano da una lettura precettistica della Poetica di Aristotele, incentrata sul principio del ferreo rispetto delle tre unità: d'azione, di tempo, di luogo, necessarie per garantire la verosimiglianza, dato che lo spettatore doveva essere spinto ad immedesimarsi nella vicenda: perciò bisognava rappresentare una sola vicenda, in un arco di tempo definito, di solito il giorno, in un luogo definito. Manzoni ammette la sola unità d'azione, da intendersi però come unicità d'azione e non di evento, ma rifiuta polemicamente le altre due in nome della verità. Infatti il dover concentrare gli avvenimenti che si sono svolti in tempi e luoghi diversi impedisce, se il soggetto è storico, proprio la verosimiglianza, perché le passioni non nascono mai da effetti immediati ma hanno una genesi e uno sviluppo nel tempo; il comprimerle nello spazio di un giorno contraddice la natura umana e nuoce alla loro verosimiglianza. Manzoni non rivendica la libertà dell'artista nel rifiutare le unità, ma è l'adesione al principio della veritàdella realtà storica che lo convince, perché la struttura classica costringe l'autore a inventare, a creare, mentre la poesia ha motivo di essere solo perché può aderire alla verità, che è il compito dell'arte, quello di scrutare a fondo gli eventi di cui la storia ha tramandato i fatti, intuendo i pensieri, le passioni, le emozioni e i sentimenti dei personaggi: deve cioè investigare la dimensione morale, spirituale, sentimentale degli uomini che hanno agito nella storia. Il poeta inventerà al massimo i fatti secondari, ma dovrà sempre accordarsi alla verità storica.

L'arte per Manzoni infatti ha valenza di ricerca di verità e di moralità. Questo sarà evidente per la rappresentazione del male. Il pubblico tollererà la rappresentazione del male se il poeta si è avvalso di sicuri mezzi artistici. Se il disgusto da lui suscitato èil disgusto del male; se, associando il delitto alle idee ripugnanti, lo ha reso più odioso; se ha risvegliato nei cuori un'avversione salutare per le passioni che trascinano a commetterlo, allora il poeta avrà fatto bene a rappresentare un tale soggetto.L'arte, a causa della sua adesione al vero, è morale e istruttiva. Infatti, non è condividendo i deliri e le angosce, i desideri e l'orgoglio dei personaggi che si prova il più alto grado di emozione, ma sollevandosi al di sopra di questa sfera limitata e agitata, nella contemplazione disinteressata, alla vista delle inutili sofferenze e delle gioie vane degli uomini, che si è più colpiti dal terrore e dalla pietà per se stessi. Non è lo scatenare nelle anime calme la tempesta delle passioni il maggior potere del poeta. A lui bisogna chiedere di essere vero, di favorire nel pubblico lo sviluppo della forza morale, con cui dominare e giudicare le passioni che rappresenta. L'arte deve indirizzare il pubblico verso finalità di conoscenza razionale e di fortificazione morale. Cos\'ec si spiega la polemica contro l'eccessiva presenza del tema dell'amore nell'arte, che obbliga a sacrificare e a subordinare ad esso tutti gli altri sentimenti umani, più importanti e più nobili.

Nella lettera Sul romanticismo rafforza le obiezioni già mosse al sistema classicistico, affermando la necessaria adesione al vero. Compare così la motivazione con la quale si oppone alla mitologia, che oltre ad essere un artificio non più adeguato al gusto dei tempi, è anche falsa e immorale, una vera forma di idolatria. Lo scrittore moderno, dice Manzoni, di fede cristiana, non deve parlare delle divinitàdegli antichi ma del proprio Dio.

Più avanti nel tempo egli ripudia tutti i componimenti misti di storia e di invenzione. La condanna senza appello avviene in un saggio del 1831 Del romanzo storico, in cui, esaminate partitamente le obiezioni mosse a questo genere, conclude che l'idea stessa di romanzo storico ècontraddittoria. Storia e invenzione non possono fondersi in una medesima opera; immettere personaggi d'invenzione in una trama storica o attribuire a personaggi storici idee, sentimenti e passioni non documentabili significa contaminare la ricerca della verità che era l'obiettivo dello scrittore, ma ora viene concepita in termini rigorosi e assoluti: quello che era il compito del romanziere, cercare il vero, ora gli appare compito solo dello storico. Negando all'arte il fine di inventare mediante la fantasia e assegnandole quella di vedere là dove la storiografia non arriva, cioè al fondo delle coscienze, assegna all'arte un compito altissimo, ma servile. Se la poesia deve subordinarsi alla storia, di conseguenza, il poeta sarà uno storico imperfetto. Questa è forse la motivazione della Storia della colonna infame, in cui la storia non si mescola all'invenzione, non si limita alla sfera dei grandi eventi politico-diplomatico-militari, ma indaga i casi minuti di valore esemplare, i drammi delle coscienze, investigati su base documentaria. Manzoni cioè appare sempre più disgustato dagli esiti negativi che il romanzo storico sta prendendo, con il vago e il pittoresco, senza attenzione alla verità psicologica né a quella storica. La ricerca della verità è troppo importante per lasciarla ad un genere che presentava tanti limiti.

La produzione lirica e tragica.

Manzoni esordisce come poeta e nei primi componimenti accoglie suggestioni, temi e moduli della produzione contemporanea. Scrive così Il trionfo della libertà, L'autoritratto, i poemetti L'Adda e Urania. Ben diverso è però il carme In morte di Carlo Imbonati, composto nel 1805 in occasione della morte del compagno della madre. Nel carme vengono enunciate una rigorosa visione etica e una concezione del poetare dove c'è pari importanza tra la componente riflessiva e quella sentimentale. Già paiono così acquisiti i punti fermi della sua personalità. Su di essi si innesterà la produzione lirica che segue la conversione del 1810. Al convertito Manzoni la conquista della fede pone problemi etici ed umani ma anche problemi di poetica, perché l'armamentario mitologico e le tematiche tradizionali appaiono estranei, lontani dalla sua condizione. Da questa insoddisfazione nascono gli Inni Sacri, l'ambizioso disegno di un ciclo di componimenti celebrativi della fede, delle sue conquiste e della sua presenza nella realtà storica, della liturgia che di quella storia scandisce le tappe. E' un progetto poetico del tutto nuovo per la poesia italiana, e da ciò una prima caratteristica degli Inni: il ricorso ai testi della tradizione religiosa come repertorio di concetti, di formule, di immagini. Ma c'è un'altra caratteristica da sottolineare: i temi scelti da Manzoni danno luogo ad una poesia-racconto, una linea non usuale nella tradizione poetica italiana.

Un problema centrale della produzione manzoniana è il problema dei rapporti, nell'ideologia manzoniana, fra vocazione storica e riflessione religiosa. La poetica via elaborata da Manzoni va di pari passo con il suo interesse per la storia, con la sua "vocazione storica". Ma guardando alla storia degli uomini egli non può prescindere dalle premesse religiose, profondamente e rigorosamente sentite, e quindi l'esigenza di piena realizzazione morale, di giustizia, di fraternità fra tutti i figli d'Eva si scontra con la constatazione che la storia è rapporto di forza, sopruso, "torto", e che i valori mondani - la vittoria, il potere, ecc. - sono antitetici agli autentici valori morali. Nasce da ciòquel pessimismo manzoniano che è visibile nelle tragedie e nei Promessi sposi e in tanti passi delle opere di riflessione storico-politica e che si concretizza in una sfiducia sulle possibilità offerte all'uomo di realizzarsi moralmente, sull'operato dei personaggi d'autorità nei riguardi dei governati, sulla realizzazione della giustizia.

Ma proprio le prospettive religiose che generano questa svalutazione morale della storia forniscono la soluzione di questa drammatica impasse, demandando ai disegni provvidenziali e alla vita ultraterrena il superamento della negatività della vita terrena. Tale fideistica soluzione ha generato una variegata gamma di contestazioni e opposizioni in ambito laico, ma c'è un dato però su cui riflettere: almeno in parte è proprio il rigorismo religioso morale che permette a Manzoni di farsi accusatore dei potenti, demistificatore delle false ragioni e dei cavilli giuridici che approdano all'ingiustizia, difensore dei governati di fronte al sopruso e all'insipienza dei governanti. E' assai semplicistico liquidare con la facile etichetta di "paternalismo", di "moderatismo", di "idillio religioso" la problematica complessità delle posizioni manzoniane. "Il paternalismo del Manzoni è così animato da sete di giustizia e da orrore dell'oppressione che se non èdemocratico è pure rivoluzionario".

Alla luce di tutto ciò risultano più comprensibili le realizzazioni poetiche dei primi anni Venti, nelle quali la vocazione storica e meditazione religiosa appaiono più evidenti e soprattutto collegate con un più stretto rapporto reciproco. Nell'ode Marzo 1821\ queste due componenti si integrano in modo particolarmente felice e fanno di questo componimento un unicum nel panorama della poesia patriottico-risorgimentale, in quanto la situazione italianaè inserita in una superiore visione religiosa e collegata ai disegni di quel "Dio che è padre di tutte le genti" e che non può permettere l'ingiustizia e il sopruso; nel Cinque Maggio il Manzoni può superare l'"inestiguibil odio", l'"indomato amor" che la vicenda napoleonica aveva suscitato, proprio perché riesce a contemplarla al di là della dimensione storica, a vedere l'uomo in rapporto ai disegni provvidenziali e a cogliere il travaglio religioso di Napoleone; nella Pentecoste , l'influenza benefica dello Spirito Santo è vista nella varietà del quotidiano e il messaggio cristiano è collegato con le ideologie democratiche ed egualitarie dell'Illuminismo. Ma è nelle tragedie e poi nel romanzo che la vocazione storica, anzi la religiosa meditazione sulla storia si manifesta con evidenza: in modo minore nel Conte di Carmagnola, centrato sulla figura del protagonista, che colpì la fantasia dello scrittore per quel suo rapido passare dal culmine della gloria al culmine della sventura e in modo più complesso e migliori risultati nell' Adelchi\, dove compaiono alcuni elementi cruciali della riflessione manzoniana. L'inconciliabile opposizione tra esigenza di moralità e universo mondano ènettissima. Il mondo è regolato da una ferrea necessità, da una forza feroce che si fa chiamare diritto e per la quale non fa realizzare a chi lo vuole l'esigenza di moralità: per cui non c'è altra scelta che far torto o patirlo. E' questa, in tutta l'opera del Manzoni, la più recisa negazione della storia, della dimensione mondana.

Da questa impostazione derivano le fisionomie dei personaggi: che o si esauriscono nella vocazione mondana (la vittoria, l'esercizio del potere, la difesa della regalità), o vivono la loro vocazione, la loro esigenza morale, destinata però ad essere inesorabilmente frustrata: è il caso di Adelchi e di Ermengarda. C'è una netta contrapposizione, una vera e propria "incomunicabilità" tra l'una e l'altra schiera di personaggi, e si può avere l'impressione che solo i secondi abbiano avuto il privilegio, la "Grazia" di sentire l'esigenza della realizzazione morale, la dimensione del soprannaturale. Adelchi vive questo conflitto tra le "alte e nobili cose" alle quali aspira e le "inique" a cui la situazione storica lo "condanna", e questo conflitto tra ideale e reale assume, in questa specifica fase dell'ideologia e dell'arte manzoniana, la connotazione di una religiosità elegiaca, di un infruttuosa lamento sull' impossibilità di realizzare il bene morale, sulla necessità di "patire il torto". Ma la sorte di quanti subiscono il "torto", la loro sventura non vengono valutate con parametri mondani, ma vengono inserite in un salvifico disegno provvidenziale e in tal modo acquistano il significato di "provvida sventura", di anticipata espiazione e, quindi, di premessa e strumento della salvezza eterna.

I promessi sposi.

Il Manzoni inizia Fermo e Lucia nel 1821 e lo termina nel 1823. Sebbene tragedie e romanzo abbiano le radici nella medesima poetica e siano concepiti nei medesimi anni, il romanzo per Manzoni costituisce un progresso e un approdo. L'orizzonte si allarga; egli rappresenta dramma e peripezie di due giovani popolani, due personaggi di quel "volgo" che nelle tragedie era semplice comparsa. Per la prima volta una vicenda tragica che riguarda due popolani viene raccontata dal loro punto di vista, con sostanziale partecipazione al loro dramma. Dai personaggi illustri la narrazione si sposta su due modesti filatori di seta di un piccolo borgo del contado di Lecco.

La revisione del Fermo e Lucia porterà alle due edizioni dei Promessi sposi(1827 e 1840). Tra le due opere le differenze sono notevoli: solo la storia (fabula) nelle sue linee portanti è la medesima, diverse sono le caratteristiche dei personaggi, la disposizione e la concatenazione dei vari episodi (intreccio), i modelli cui il Manzoni pare ispirarsi, molte implicazioni di carattere estetico, culturale e anche ideologico. Sulle due opere le posizioni dei critici sono differenziate. Secondo alcuni il Fermo e Lucia , sul piano ideologico, fornisce una visione più drammatica e contraddittoria della società e della storia e riflette l'intenzione di istituire sistematicamente un rapporto tra passato e presente, tra cultura e società del Seicento e dell'Ottocento, con una maggiore compromissione nei confronti dei problemi del proprio tempo.

Su un diverso piano diversi critici hanno riconosciuto nel Fermo e Lucia\ una concezione di realismo più libera, vivace e spregiudicata, che non disdegna la rappresentazione a tinte forti dei conflitti delle passioni e del male, un realismo non ancora sottoposto al processo di smorzamento, attenuamento, che porta ai più sobri e castigati Promessi sposi. Insomma, Fermo e Lucia sarebbe un romanzo, artisticamente meno felice, ma piùvivacemente realistico e drammatico, più aperto alla realtà e al presente. I Promessi sposi , un romanzo più ascetico e idillico, più rivolto all'assoluto.

Altri hanno negato che esistano mutamenti sostanziali sul piano ideologico. I limiti del realismo dei Promessi sposi\ sono un fatto, ma accentuarne troppo il carattere idillico significa misconoscerne le componenti negative, pessimistiche, aspramente e acutamente critiche nei confronti della società e dei centri di potere, con tutte le possibili implicazioni. Le due redazioni dei Promessi sposi, viceversa, differiscono quasi esclusivamente sul piano linguistico e stilistico. Manzoni, in relazione alle convinzioni maturate in quegli anni, sottopone il testo alla "risciacquatura in Arno", elimina una parte dei lombardismi, cerca di adattare il linguaggio del romanzo all'uso fiorentino, con la creazione di un linguaggio vivo e antiletterario, capace di rappresentare senza orpelli retorici le varie situazioni e i vari affetti, di adattarsi con naturalezza ai vari casi e personaggi rappresentati. Un linguaggio potenzialmente nazionale, compreso dalla gran parte degli alfabeti italiani e al tempo stesso duttile e adatto alle esigenze della nuova letteratura più del toscano di tradizione letteraria. Sul piano dello stile si ha un generale equilibrio espressivo, un tono medio, obiettivo e merito storico del Manzoni.

Nello scrivere il romanzo Manzoni non ha modelli nella letteratura italiana. Deve riferirsi alla tradizione europea, ai romanzi storici (medievali) di Walter Scott. Allo Scott Manzoni guarda come a un modello, anche se se ne differenzia profondamente. Come si deve riconoscere a Manzoni di aver non solo inventato una lingua prosastica italiana moderna e antiaulica, di aver estirpato il cancro della retorica dalle letteratura italiana, così gli si deve riconoscere di aver inventato il romanzo italiano ottocentesco, fondendo esempi e moduli, e di aver avviato, ancora più di Scott, la nuova tradizione narrativa realistica europea. Nei Promessi sposi si trovano sintetizzati e armonizzati molteplici modelli narrativi: dall'exemplum e dalla sacra rappresentazione (come conflitto tra male e bene) alla fiaba (con il matrimonio contrastato, il ratto, le prove, il "lieto fine"), dal romanzo di formazione (il romanzo di Renzo) al romanzo saggio (i capitoli storici), dal romanzo storico a quello avventuroso. Il romanzo manzoniano è insomma un romanzo complesso e sostanzialmente originale, non riducibile a nessuno dei modelli evocati. Con Scott la storia entrava nel romanzo come sfondo pittoresco in cui ambientare vicende avventurose o sentimentali. Egli vi fondeva il gusto per la ricerca erudita e antiquaria e l'ispirazione fantastica. Manzoni appare mosso viceversa da un intento assai più rigoroso di analisi storica, secondo cui la parte d'invenzione costituisce lo strumento per spingere l'indagine là dove i documenti non consentono di arrivare, senza indulgere in alcun modo al "romanesque". Scegliendo poi di rappresentare il '600 il Manzoni intende distanziarsi dal filone romantico di rivalutazione indiscriminata del medioevo e da quel pittoresco medievale di maniera che si stava imponendo in molteplici settori della narrativa e della poesia romantica. Egli trova modo di occuparsi del Seicento perché quella gli appare un'età sostanzialmente negativa, l'osservatorio ideale per cogliere il dramma di due antieroi popolani coinvolti e quasi stritolati negli ingranaggi del potere, nelle fitte trame delle connivenze tra pubblico e privato e delle disfunzioni degli organi che dovrebbero organizzare e tutelare la vita civile. Il Seicento diventa così il simbolo dell'immobilismo della storia italiana e addirittura della condizione umana. Manzoni è insomma spinto al romanzo storico da una poetica antiromanzesca, da una profonda istanza conoscitiva e da un sostanziale pessimismo.

Calvino ha definito il romanzo come un libro di storia involto nelle pagine di un romanzo. In effetti l'intera vicenda dei personaggi d'invenzione ha un radicamento storico assai profondo. Ogni evento trova senso e verosimiglianza solo proiettandosi nel contesto seicentesco in cui è ambientato: dal sopruso di un signorotto feudale che mette in moto la vicenda alla rete di connivenze che consentono di protrarlo, impedendo agli oppressi di far valere i loro diritti di fronte alla legge e alle istituzioni; dalla carestia e dai tumulti nei quali Renzo si trova coinvolto a Milano, alla sua promozione sociale a piccolo imprenditore. Tutto è inventato e rappresentato con scrupolo storico. Nulla si lascia all'arbitrio della fantasia, nemmeno i colpi di scena. La storia diplomatico-militare è ridotta a chiacchiera o è vista dalla prospettiva di quel popolo che la subisce senza condividerla e capirla. Ma anche la storia politico-istituzionale è pensata facendo riferimento al sistema di valori dei ceti subalterni, cioè sottoposta ad un processo di straniamento, o è sottoposta alla critica diretta e radicale del narratore, via via storico, moralista, economista, scienziato. Manzoni compie una critica serrata dei comportamenti dei potenti, la cui incapacità di un'azione coerente, rigorosa e razionale di governo è sottolineata quasi ad ogni pagina, ma soprattutto dalle straordinarie e drammatiche pagine relative alla carestia e alla peste.

Rimane il dubbio se il pessimismo manzoniano si spinga sino a giudicare irreversibile il degrado socio-politico che è testimoniato nell'opera, se questo pessimismo storico faccia tutt'uno con una concezione negativa della natura umana, se egli veda un qualche prospettiva di riscatto per l'uomo in terra e nella società. Sulla profondità di questo pessimismo la critica ha insistito, anche per sgomberare il campo dai luoghi comuni come quello del "romanzo epopea della Provvidenza". Forse è possibile salvare la formula, a patto di rinunciare a considerare la provvidenza come una categoria della storia, rinunciare a credere che Manzoni veda in ogni evento la manifestazione di un disegno provvidenziale e di intendere invece che la provvidenza è una categoria della coscienza. E il lieto fine sia tale solo nell'ottica dei protagonisti, mentre il narratore fa di tutto nel capitolo conclusivo per sottolineare i piccoli crucci, le meschinità, la prosaicità di una vita felice.

I Promessi sposi sono un'opera con cui bisogna ancora fare i conti. Sul piano letterario sono il primo romanzo italiano, l'opera che ha aperto una fase della narrativa e della cultura italiana che ancora stiamo vivendo, l'opera che è diventata dopo l'unificazione l'unica lettura comune a tutti gli italiani di media cultura. Sul piano ideologico I Promessi sposi sono l'opera di un cattolico-liberale solidale con la borghesia del proprio tempo, ma appartato, capace di analizzare con acume e spregiudicatezza la società.r Per la critica essi sono stati un'occasione di dispute letterarie, culturali, ideologiche. Secondo alcuni il romanzo esprime un'ideologia rigidamente conservatrice. Nell'800 Carducci aveva lamentato che il messaggio sociale e politico del romanzo invitasse più ad una accettazione rassegnata dello status quo che ad un concreto impegno risorgimentale o di rinnovamento sociale; nel '900 Gramsci ha accusato Manzoni di paternalismo nei confronti dei personaggi umili che pone al centro della tela, con la funzione direttiva e la centralità che il clero assume nell'ideale di società che si evince dal romanzo.

Altri indizi sono l'apparente condanna dell'intraprendenza di Renzo e la remissività esemplare di Lucia, che vengono elevati a messaggio della storia e che invitano all'acquiescenza e ad una cristiana rassegnazione. Altri hanno rilevato come il cattolico-liberale Manzoni solidarizzi senza alcun dubbio con i ceti subalterni e in genere con gli oppressi, compia una critica spregiudicata della società dell' ancien régime e di tutte le forme di malgoverno e malversazione; come egli veda nei ceti subalterni le forze attive, moralmente sane, le uniche capaci di rigenerare la società; come implicitamente delinei una società fondata su un egualitarismo evangelico; come infine il pessimismo lo spinga a guardare a fondo nei rapporti sociali e della natura umana e della storia, evidenziando nei mali morali e sociali dell'uomo, i meccanismi della sopraffazione.

Spesso i critici risentono troppo del proprio orientamento ideologico ed allora è possibile che il messaggio manzoniano sia sentito affine soprattutto da un credente. Tuttavia di recente si è assistito ad una rivalutazione in chiave laica della figura e del pensiero del Manzoni legata soprattutto alle capacità conoscitiva del suo pessimismo. Il Manzoni fu un cattolico- liberale del proprio tempo, capace di guardare al mondo con rigore morale, con acutezza e spregiudicatezza storica, ma il suo non fu un pensiero laico. Il pessimismo del Manzoni non poteva essere simile a quello leopardiano: al suo pessimismo storico doveva necessariamente associarsi la consolazione dell'attesa di un aldilà dove ingiustizie e torti potessero venire ripagati e la sofferenza premiata, prospettiva estranea al materialismo di Leopardi.


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