GIACOMO LEOPARDI

Giacomo Leopardi o la cognizione del dolore

La vita di Giacomo Leopardi è stata caratterizzata dalla sofferenza e dall'infelicità, affrontate con forza d'animo e con dignità ammirevoli. Tuttavia non si può dire che il suo pessimismo dipenda dalla deformità e dalla malattia anche se si può ritenere che tali esperienze siano state un formidabile strumento conoscitivo. Egli cioè, per la personale esperienza del dolore seppe guardare a fondo nella realtà e scoprirne aspetti e contraddizioni ad altri ignoti. Nato a Recanati, nello Stato pontificio, da una famiglia di media nobiltà in condizioni economiche piuttosto precarie, con un padre di vasta cultura accademica e di idee reazionarie, con una madre severa e non particolarmente incline al rapporto materno, visse i primi anni isolato dal resto del mondo per la condizione della famiglia e il modello di vita impostigli. Giovanissimo si avventurò nella biblioteca paterna, trovando nei libri gli interlocutori privilegiati della sua infanzia, al punto da derivarne problemi alla vista e alla colonna vertebrale e segnalandosi presto per l'erudizione e per gli interessi culturali. Approfondì la conoscenza del latino, apprese il greco e l'ebraico, compose opere erudite e di approfondimento filologico e scientifico, come Storia dell'astronomia(1813), Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815). Ma questi sette anni di "studio matto e disperatissimo" gli rovinarono la salute e ne compromisero lo sviluppo nel periodo più delicato della formazione fisica.

E questo il periodo del passaggio "dall'erudizione al bello", che lo portò a valutare con occhi nuovi anche i capolavori della tradizione volgare. Col tempo si rendeva sempre più conto dell'insufficienza della biblioteca paterna e viveva drammaticamente l'isolamento del "natio borgo selvaggio", da cui sperava di fuggire lontano, immaginando altrove orizzonti di felicità e di realizzazione. La conversione alla poesia avrebbe dato i suoi frutti pochi anni dopo, quando tra il 1818 e il 1822 compose la serie di canzoni di stampo classicistico, di impegno civile e di riflessione esistenziale (All'Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Bruto minore, Ultimo canto di Saffo) e la serie dei piccoli Idilli .

Nel 1822 poté lasciare Recanati per recarsi a Roma. L'esperienza tanto desiderata si rivelò però una delusione. Sono di questi anni le opere più importanti Le Operette morali mentre negli anni seguenti potendo viaggiare per l'Italia e recarsi a Milano, Firenze ecc. Ebbe modo di conoscere ambienti e personaggi della cultura del tempo e di scrivere senza problemi economici grazie agli assegni dell'editore Stella di Milano.Nel 1828 tornò ancora a Recanati, molto ammalato e qui compose le sue opere maggiori: Le Ricordanze, Il sabato del Villaggio , Il canto notturno ed altri. Grazie all'aiuto di amici e al sussidio del padre poté lasciare di nuovo Recanati e tornare a Firenze, dove visse drammaticamente la passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti e dove conobbe Antonio Ranieri, esule napoletano, del quale sarà ospite a Napoli dal 1833 fino alla\par morte, avvenuta nel 1837, componendo e riordinando la sua produzione. E' il tempo de Il tramonto della luna e de La ginestra.

Il pessimismo storico, la poesia e i primi canti.

Per comprendere la lirica leopardiana è necessario mettere a fuoco il retroterra di esperienze umane e sentimentali da cui essa promana e di cui è testimonanza. Nella sua opera:

Nel 1919 Leopardi giunse ad un prima sistemazione delle sue riflessioni, a quella concezione che viene definita "pessimismo storico". Il dato di partenza è sì la sua condizione dolorosa e la convinzione che il dolore sarà la caratteristica della sua vita, ma egli cerca di definire la natura della vita umana proprio nel rapporto con il mondo e con le vicende. Leopardi allora, su suggestione di Rousseau, concepisce l'infelicità come una condizione storica propria dell'uomo moderno, come un prodotto del "divenire storico e del progresso". E' l'uomo stesso che, allontanandosi dal felice stato di natura, ha causato o accentuato la propria infelicità. La Natura viene così concepita come una madre provvida e benevola che, se non deviata o contrastata da altre forze, condurrebbe l'uomo alla felicità. Leopardi fonda il proprio sistema sul contrasto natura/ragione, principio positivo il primo, negativo il secondo.

Tuttavia, in questo periodo Leopardi introduce altri elementi:

Ma questo intervento è solo un pietoso tentativo di celare la verità all'uomo:

Questo sistema filosofico porta anche delle conseguenze sul piano della concezione della poesia.

Nel Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica la difesa dei classici e la polemica antiromantica si fondano su tali presupposti: solo gli antichi sono diretti imitatori della natura, i moderni sono imitatori di imitatori. Ma proprio perché quella degli antichi era l'unica autentica esperienza pienamente realizzatasi di poesia, i moderni non possono fare a meno del loro modello e del loro insegnamento.I poeti moderni cioè debbono cercare di valorizzare le esperienze e la visione della realtà che vivono nel periodo più vicino alla natura, alle illusioni, all'immaginazione, cioè l'infanzia. Subito però Leopardi constaterà che all'uomo moderno non è veramente concessa una poesia d'immaginazione, ma solo una poesia sentimentale o filosofica, non fondata sulle illusioni, ma sulla caduta delle illusioni e sulla scoperta della verità, o sulla nostalgica rievocazione delle illusioni, che sono poi i veri grandi temi della lirica leopardiana.

A queste riflessioni e alla teoria del piacere si collega anche la poetica dell'indefinito e del vago che Leopardi comincia ad elaborare in questi anni come corollario della teoria del piacere.

Cardini di questa poetica sono:

la ricerca di riprodurre mediante il linguaggio quella sensazione di indefinitezza e di vaga sensazione propria della fanciullezza.

la funzione attribuita alla memoria: memoria della prima infanzia che consente di attenuare e di rendere più vaga e poetica l'esperienza del dolore. Ciò che è lontano nel tempo e nello spazio, ciò che è visto nella penombra della luce lunare, ciò che è solo intravisto sono percezioni, sensazioni e stati di coscienza essenzialmente poetici perché mascherano e attenuano la percezione diretta della realtà, confondono i contorni precisi delle cose, facendo esercitare l'immaginazione.

L'esperienza poetica leopardiana di questi anni si orienta in due direzioni:

Le canzoni affrontano temi vari, ma con motivi comuni, quali:

. Gli Idilli sono situazioni, affezioni, avventure dell'animo del poeta, sono cioè intime e immediate confessioni personali, trascrizione diretta dei moti dell'animo, espresse sull'onda dell'emozione che il quadretto campestre o familiare decritto suscita.

Il silenzio poetico e le Operette morali.

Leopardi a partire dal soggiorno romano abbandona la forma poetica e dichiara di sentirsi mancare l'ispirazione. Nel corso del 1823 sullo Zibaldone intensifica la riflessione filosofica sulla natura e sul destino dell'uomo. La sua concezione del mondo giunge mediante questa riflessione a una svolta importante. Bisogna subito dire che il pensiero di Leopardi non assume veste sistematica, ma è fatto di aforismi, di invenzioni letterarie, di riflessioni soggette a progressivi sviluppi. Ciò non significa che il suo pensiero non abbia dignità filosofica, solo che non risolvendosi in un sistema organicamente esposto è difficile da ridurre a teoria unitaria e lineare. Inoltre Leopardi non trova nella forma letteraria solo un veicolo sostitutivo della dissertazione filosofica, ma una condizione essenziale, una "forma" necessaria: poesia e riflessione cioè si stimolano reciprocamente.

In seguito alla crisi del 1819 Leopardi aveva messo a punto una concezione antinomica di natura e ragione, nel corso degli anni successivi egli la mette in discussione e approda a quella che è conosciuto come "pessimismo cosmico". L'acquisizione è lenta e progressiva, con tracce presenti nelle opere di questo periodo, prima lo Zibaldone, poi Le Operette morali, specialmente quella intitolata Dialogo della Natura e di un Islandese . In sostanza, da una concezione positiva della natura (opposta alla ragione e al fato) egli passa a una concezione radicalmente negativa, abbandonando i presupposti rousseauiani del suo pensiero:

Non esiste un felice stato di natura da cui l'uomo si sarebbe allontanato.

In seguito la riflessione si approfondirà ed estenderà: tra uomo e uomo, tra l'uomo e gli altri esseri viventi vi saranno differenze di intensità o di consapevolezza della infelicità, ma questa è una realtà che domina l'intera vita dell'universo.

Viceversa la ragione gli appare un efficace strumento conoscitivo, capace di svelare le contraddizioni del reale: non che essa conduca alla felicità che è negata all'uomo, anzi può servire a far sentire più intensa l'infelicità, ma lo rende consapevole della propria condizione e lo libera dalle false credenze, dalla superbia di chi si crede misura e fine dell'universo, dandogli la dignità della consapevolezza. E' l'approdo ad un rigoroso materialismo, che si esprime un molteplici riflessioni tra il 1825 e il 1827: sulla vita dell'intero universo, vista come un ciclo di produzione-distruzione della materia, sull'assenza di qualsiasi disegno provvidenziale, sulla critica ai dogmi del cristianesimo, sulla felicit\'e0, sulla materia pensante. Sono anni di silenzio poetico in cui Leopardi intensifica le riflessioni scrive le Operette morali (1824-1827). Sono prose, per lo più in forma di dialogo che costituiscono una sintesi in forma unitaria e letteraria di tutte le principali riflessioni svolte precedentemente nello Zibaldone. Esse segnano il superamento della prospettiva individuale e autobiografica della precedente lirica. A muovere Leopardi non è la volontà di una disperata protesta contro la natura e il destino come nelle precedenti "prosette satiriche", o la disposizione d'animo e l'impegno civile del Bruto minore . A muovere Leopardi è la volontà di guardare a fondo nella natura delle cose e di svelare l'aspra verità cui è giunto.

I temi che emergono dall'opera sono:

Così:

Il ritorno alla poesia e gli ultimi Canti .

E' con il soggiorno pisano del 1827-28 che Leopardi ritorna alla poesia. Dopo Il Risorgimento e A Silvia, nascono a Recanati Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.E' una poesia che nasce dal recupero degli affetti, non delle illusioni. Anzi i temi ricorrenti sonoprprio quelli:

Temi che traggono spunto dal ricordo di momenti, sensazioni, esperienze di un passato ormai lontano o dalla rappresentazione di un presente ideale senza tempo, da movimentati e colorati quadri di vita recanatese ( La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio). Figure e situazioni che mantengono vivo il loro carattere di memoria o percezione personale, ma assurgono anche a testimonianze di una verità morale e filosofica, di una concezione del mondo ormai matura. C'è ancora la poetica dell'indefinito e del vago già teorizzata nella teoria del piacere. Ora all'indefinito e vago si aggiunge quello prodotto dal recupero memoriale, tanto che si parla di "poetica della ricordanza". Tra contenuto "filosofico" e poetica si crea una sfasatura: si parla della acerbità del vero, ma attenuandone l'evidenza con il linguaggio e la ricordanza.

Nel Canto notturno con la poetica dell'indefinito e del vago si introducono elementi di novità: il colloquio con la luna viene privato delle componenti autobiografiche; la scelta del pastore porta fuori dell'ambito di esperienze dirette del poeta e si motiva di più profonde ragioni culturali e filosofiche. Il pastore errante è certo un alter-ego di Leopardi, ma è anche un primitivo, la cui sofferenza e la cui riflessione sono testimonianza dell'universale sofferenza dell'uomo e della capacità da parte dei primitivi di intuire e sentire le verità essenziali sull'universo e la condizione umana. Di fronte ad un universo arido e al silenzio indifferente della luna, il pastore leva il suo lamento e scopre che non esiste un momento in cui si possa attingere il senso ultimo delle cose. La lirica, chiudendosi con un'impennata illusoria dell'immaginazione, perviene alla consapevolezza che "è funesto a chi nasce il dì natale".

L'ultima stagione della lirica leopardiana presenta consistenti elementi di novit\à. Presupposto ideologico e filosofico di questa ultima fase è sempre la concezione del mondo maturata nella crisi del 1823, il materialismo cui era approdato negli anni 1825-27 e la constatazione dell'ineluttabile infelicità dell'uomo. Ma ciò che muta in Leopardi è la disposizione d'animo, l'atteggiamento etico, il modo di porsi di fronte alla società e al mondo. Egli appare più aperto al mondo, più combattivo, più persuaso della propria personalità e delle proprie idee, più disposto a comunicare e a difendere le proprie amare verità. Si spiega così la difesa del proprio pensiero contro quanti ne imputavano le conclusioni pessimistiche alla sua malattia e alla sua personale sofferenza, si spiegano così le numerose e aspre prese di posizione contro l'ottimismo di quanti confidano in un progresso tecnico-scientifico e politico, in una perfettibilità dell'uomo e del suo destino in terra; contro lo spiritualismo cristiano di quanti si illudono dell'esistenza di un disegno provvidenziale o di una vita ultraterrena. Da queste convinzioni, da questo atteggiamento etico nascono le manifestazioni poetiche di questi anni.

Fra le prove si collocano i cinque canti del ciclo di Aspasia ( Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso, Aspasia, Consalvo\ ) databili tra il 1833 e il 1835. Sono liriche ispirate dalla passione per Fanny Targioni Tozzetti, in cui:

Questi canti inoltre si ricollegano ad alcune delle acquisizioni filosofiche da cui tutta questa poesia muove e in particolare dal nucleo vitale e antiascetico dell'etica leopardiana. Se il poeta insiste sulla necessità di riconoscere la crudeltà ostile della natura e la radicale infelicità della condizione umana, se arriva a desiderare la morte, ciò non esclude la persuasione del diritto di ogni uomo, a vivere la sua vita, a godere quella felicità terrena che per natura gli spetta, e quindi la ferma convinzione di non dover rinunziare ad sperimentare le possibilità di esercitare tale diritto. E l'amore è inteso da Leopardi quale suprema manifestazione vitale, che impegna il nucleo più genuino della individualità terrena, e quindi massima espressione dell'umana tensione alla felicità. L'esperienza d'amore per Aspasia costituisce allora il supremo tentativo di affermare il proprio diritto alla felicità e di mettere alla prova il proprio sistema di pensiero; così la cocente disillusione, oltre ad essere un'umanissima disillusione amorosa, è l'ennesima conferma della validità di quel sistema e dell'ineluttabilità del destino di infelicità cui l'uomo è condannato.

L'ultima sezione del libro dei Canti propone due canti di grande importanza e valore poetico:

Ne La ginestra, sotto l'incombente mole minacciosa del Vesuvio, nella desolazione di una sterile pendice di lava cresce la ginestra, "contenta dei deserti". Il poeta invita i fiduciosi e gli orgogliosi a verificare in quei luoghi "le magnifihe sorti e progressive" dell'uomo.

La polemica contro "il secol superbo e sciocco" si precisa ben presto:

Muovendo da questo sentimento Leopardi giunge a formulare quell'utopia solidaristica che costituisce il momento pù alto della sua lirica e del suo pensiero:

gli uomini potranno fondare una convivenza civile più umana, salda e duratura.

L'esperienza poetica di Leopardi costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Ottocento. Muovendo da una formazione classicistica e da una scelta di campo antiromantica egli converge autonomamente su posizioni romantiche, quali l'abbandono della mitologia, la concezione della poesia moderna come sentimentale e filosofica, il primato della lirica pura. Ciò avviene senza che egli ripudi il classicismo, cui rimane legato anche per la concezione dell'antichità come epoca suprema della storia umana, in quanto più vicina alla natura e perché detentrice delle verità filosofiche fondamentali. Anche sul piano filosofico e ideologico Leopardi percorre vie poco battute con una coerenza esemplare. Quella di Leopardi ideologicamente e anche politicamente "progressivo" è e rimane una acquisizione importante della critica, contro la tesi di quanti lo vorrebbero reazionario. Tuttavia il profilo ideologico di Leopardi e il suo atteggiamento nei confronti della politica e dell'agire umano nel reale non sono uniformi né si sviluppano linearmente: tra il titanismo dei primi anni e il consapevole atteggiamento combattivo degli ultimi anni si colloca la parentesi rassegnata e ironica dell'epoca delle Operette morali. Leopardi non ha mai una visione ottimistica della realtà e della storia, anzi cardine fondamentale del suo pensiero è la concezione pessimistica e materialistica dell'uomo, inevitabilmente destinato all'infelicità e alla distruzione. A differenza di Foscolo non giunge a concepire la possibilità di acquisire una gloria duratura nel tempo, in virtù della poesia o d'altro; anzi lamenta la caduta anche di questa illusione, tra le più care della sua giovinezza. L'appello solidaristico della ginestra indica una via progressiva ma \'e8 anche politicamente indeterminata. L'uomo come individuo e come specie morirà distrutto dalla natura e finché vivrà sarà costituzionalmente infelice. Cade così la contrapposizione tra eroe aristocratico-alfieriano e volgo e si indicano con precisione i presupposti necessari per una migliore convivenza tra gli uomini nel rifiuto di ogni illusione spiritualistica. E' un atteggiamento di rara coerenza ideologica, che rifiuta ogni compromesso e ogni consolazione. Accettare virilmente il vero, ma agire in ogni forma e con ogni mezzo per arginare gli effetti devastanti del "bruto potere" che governa il mondo, riconoscere il "valore sociale" del vero e su questo costruire ciò che si può, sono l'essenza di un "pessimismo lucido e combattivo" che può costituire un messaggio anche per il nostro tempo.


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