ILLUMINISMO
Dalle Riforme alla Rivoluzione.
L'arco temporale del nostro esame riguarda l'intero sec .XVIII. Un buon punto di partenza è la revoca dell'Editto di Nantes da parte di Luigi XIV nel 1685: affermazione estrema dell'assolutismo politico, che nella "diversità" religiosa vede una minaccia al potere del sovrano ed elimina quel compromesso di tolleranza che era uscito dalle guerre di religione. Nei decenni seguenti l'Europa vive, sul piano delle idee, una profonda trasformazione dalla quale nascono molte delle caratteristiche che ancora oggi formano la sua identità
. E' con l'Illuminismo che ad una società fondata sul dovere, (doveri verso Dio, doveri verso il sovrano, ecc.), i nuovi filosofi tentarono di sostituire una civiltà basata sui diritti: i diritti della coscienza individuale, i diritti della critica, i diritti della ragione, i diritti dell'uomo e del cittadino.
Le vicende storiche creano in questi anni i due modelli dominanti in Europa: quello assolutistico di tipo francese e quello anglo-olandese, costituzionale e rappresentativo. Le vicende politiche, militari e diplomatiche di questo periodo si svolgono secondo due direttrici fondamentali:
Esigenze e virtù borghesi.
Per comprendere le novità culturali del 700 bastano pochi esempi:
Tutte queste opere indicano sempre più chiaramente che i valori ritenuti positivi, proponibili all'intera società sono quelli di una classe sociale nuova: la BORGHESIA. Il borghese è il self made man , l'uomo che si fa da sè, che può contare sul proprio lavoro e che trova come antagonista sulla propria strada la nobiltà, che vive di rendita e che conta sulla proprietàrispetto a lui che nel profitto e nel lavoro trova la dignità umana. E proprio il conflitto tra borghesi e nobiltà caratterizzerà le vicende del secolo fino a sfociare nella Rivoluzione Francese. La forma assunta all'inizio è la contestazione su base logica e razionale dei privilegi, leggi, dogmi che andavano rimossi e sostituiti con norme razionali e identificabili come tali.
L'Illuminismo viene comunemente inteso come il movimento che sulla base dei "lumi" della ragione squarcia il velo dell'ignoranza umana, abbattendo miti, paure e dogmi creati nei secoli bui del medioevo. In realtà tale fenomeno appare complesso e diversificato, anche se vi è possibile identificare alcune costanti:
Le variabili sono più difficili da enucleare:
La cultura filosofica e scientifica.
Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e metodologiche che fecero del '600 il secolo della ricerca scientifica proseguirono anche per tutto il '700 attingendo vertici e risultati di assoluto valore. L' "età dei lumi " viene definita come l'età filosofica, ma è tutto il '700 che dalla filosofia ricava gli esiti che il pensiero dei grandi del '600 avevano elaborato.
All'inizio del secolo l'eredità di Cartesio, Locke e Spinoza fu continuata da:
Ne deriva:
Anzi è su queste basi che i filosofi francesi arrivarono a dire che solo l'ateo, appunto perché non ha da aspettarsi né premi né castighi nell'altro mondo, è in grado di seguire una morale più pura e indipendente di quella di chi è ispirato da motivazioni religiose.
Ma i grandi pensatori di questo periodo sono:
G.W.Leibniz .
La tesi avanzata dal filosofo è che: perché qualcosa esista, dice Leibniz, deve esserci una ragione sufficiente a spiegarne l'esistenza, cioè deve esserci una causa concreta che sia in grado di produrre la cosa. Se questo è vero per ogni cosa che compone il mondo è vero anche per il mondo nel suo complesso; ma la causa efficiente dell'esistenza del mondo non può trovarsi che in un ente sovramondano, in un essere "uno" e perfetto , non fisico ma metafisico, che chiamiamo Dio. Ma Dio, essendo perfetto non può aver creato nient'altro che un mondo perfetto, o meglio, il migliore dei modi possibili.Per comprendere l'argomentazione di Leibniz bisogna partire dalla distinzione che egli fa tra verità di ragione e verità di fatto.
Le prime non possono essere messe in dubbio perché la verità contraria sarebbe una contraddizione( es. la distanza minore di due punti su di un piano è una linea retta), mentre le verità di fatto, sono dei fatti avvenuti o avvenibili, ma che potevano anche non avvenire (es. Cesare che passa il Rubicone).
Ora ogni fatto trova la sua spiegazione in una ragione sufficiente, cioè in un altro fatto, che lo fa accadere (es. il desiderio di gloria induce Cesare ad attraversa il Rubicone). Ma l'esistenza di questa causa è, a sua volta, un fatto che ne esige un altro come sua causa, e così all'infinito. Questo significa che il mondo è"contingente", cioè che non può trovare in sé la causa che lo faccia esistere e che non abbia bisogno di altre cause prima di sé. Ora il fatto che questo nostro mondo esista, anziché non esistere, èun fatto, per la spiegazione del quale bisogna risalire ad una causa superiore, anzi suprema, cioè ad un atto assoluto di creazione da parte di Dio: essere perfettissimo ed autosufficiente.
Come possiamo intendere questo atto di creazione? Il mondo è una serie di fatti e di cause correlati tra loro. Sono perciò diversissime le cose che succedono e quelle che potevano succedere. Sono perciò teoricamente possibili infiniti universi, in cui i fatti si combinano in maniera diversa, dando luogo a conseguenze diverse. E' evidente che Dio conosce "a priori" (in anticipo) tutte le possibili combinazioni dei mondi possibili, e tra questi ne sceglie uno, il nostro, facendolo esistere. E dato che Dio è un essere perfetto anche la sua scelta non può che essere perfetta. E allora tra i mondi possibili, il nostro, che esiste, è il migliore possibile.
D. Hume
Il punto di partenza di Humeè rispondere alla domanda come sia possibile conciliare la presenza del male sul mondo con la presenza di un Dio creatore ed infinitamente buono e potente. A questo problema egli applica il suo metodo di analisi che è lo scetticismo, ritenendo utilizzabile nel campo della scienza come nella morale il criterio dell'esperienza sensibile diretta. L'esperienza infatti ci fornisce dati immediati di grande vivacità ed evidenza; essa però non può garantirci in nessun modo sullo stato delle cose future. Di queste, noi ci facciamo "idee" in forza delle associazioni e delle abitudini che l'esperienza ci suggerisce, ed è certamente saggio, oltre che inevitabile, che noi regoliamo la nostra condotta in base ad esse.
Tali idee però sono solo supposizioni o ipotetiche congetture. Trasformare tali ipotesi in leggi certe e immutabili è un errore. Tutte le verità delle scienze naturali sono generalizzazioni provvisorie, utili, ma non in assoluto vere. Persino il concetto di causa sul quale si fonda ogni nostra conoscenza è un legame associativo arbitrario, fondato sull'abitudine di vedere una costanza nella successione dei fenomeni; noi però non sperimentiamo nulla come causa, sicché la causa è solo un nostro modo di associare i fenomeni e non un principio oggettivo della natura.
Applicando questo metodo di conoscenza ai fatti della morale e della religione, Hume arriva al rifiuto di ogni fede e verità assoluta. In tutti questi aspetti troviamo i sentimenti umani, i bisogni e i desideri che travestono le dottrine morali superstiziosamente, quasi esse fossero rivelazioni indubitabili. Di qui l'intolleranza e la contrapposta violenza delle ideologie religiose, morali e politiche. Ponendo francamente l'uomo al centro di ogni nostra credenza, sia essa metafisica, scientifica o religiosa, Hume affida alla ragione scettica un compito di universale saggezza: l'uomo non può uscire da sé, andare oltre sé stesso, e deve perciò considerare con moderazione e prudenza ogni sua idea, convinzione e dottrina.
CONDORCET.
Condorcet ha una concezione del pensiero fondata sul tipico concetto illuministico di progresso (delle conoscenze, delle tecniche, delle arti, delle istituzioni politiche, ecc.). Matematico geniale, tentò di applicare i metodi matematico-statistici ai fenomeni sociali, anticipando quasi la sociologia moderna. Nello Schizzo di un quadro storico dello spirito umano vuole dimostrare storicamente come il progresso accompagni la specie umana, mediate un perfezionamento delle facoltà e che non ha altro termine "che la durata del pianeta su cui la natura ci ha collocati". Più che una filosofia quella di Condorcet è un'ideologia che dipinge le cose e i fatti in bianco e nero e procede con ottimistiche quanto astratte semplificazioni. Il Cristianesimo e la Chiesa sono indicati come fonte di regresso e causa di ignoranza e di abiezione per i popoli; i sovrani sono immancabilmente despoti e tiranni; i preti ingannatori, astuti e fonte di superstizione, e così via. Al contrario, l'uomo educato ai principi rivoluzionari democratici è dipinto come costitutivamente buono, intelligente, sollecito al bene universale, ecc.; a quest'uomo bastano pochi anni di scuola, opportunamente riformata da nuovi istituti e metodi pedagogici, per diventarre capace di giudicare con la propria autonoma ragione tutto ciò che è bene per l'individuo e per lo Stato, e così via. Analogamente, tutti i popoli della terra, salvo gli europei, sono selvaggi e primitivi, arrestatisi alle prime fasi del progresso umano, mentre tra gli europei i francesi, grazie alla rivoluzione, costituiscono la punta di gran lunga più avanzata della civiltà, con un piede ben dentro nel futuro.
G.B. VICO.
In Italia, più delle conquiste scientifiche è soprattutto evidente l'attenzione a dare risposte a quel grande problema che, nato dall'esattezza e dalla "verità" del metodo scientifico si riteneva esportabile anche alle altre attività. Il nesso che viene cercato è soprattutto quello tra "scienza" e "storia", nesso che viene identificato nel "diritto", sia come metodo di indagine dei fatti umani, sia come costruzione degli schemi che possono indagare l'uomo. Già nel '500 Machiavelli aveva definito le condizioni in cui era possibile fare storia in modo scientifico, ma la sua indicazione era stata più utilizzata per i fini pratici della "ragion di stato" che come metodologia dell' indagine sulle azioni dell'uomo.
Nel '700, inoltre, i termini del problema storiografico sono profondamente cambiati: la "natura" umana su cui Machiavelli fondava la regolarità del procedere politico non è più considerata statica e immutabile; si è fatto strada il concetto di un evoluzione degli esseri umani nel tempo; l'attenzione poi si volge non più al singolo personaggio, ma ai gruppi sociali e particolare attenzione riveste l'ambiente prodotto o nel quale agisce l'uomo. Si tratta perciò di individuare anche per i casi umani criteri di formalizzazione così come era avvenuto per le scienze della natura; si trattava cioè di trovare quelle connessioni che formano una struttura o indicano una legge di svolgimento, all'interno delle quali si situano i fatti specifici.
Vico, Muratori e Giannone, i tre grandi storici del '700 italiano trovano tale struttura e tale legge nel diritto e nelle sue forme . Essi cioè si chiedono : è possibile fare "scienza" della storia e a quali condizioni? E visto che la storia è fatta di avvenimenti particolari, diversi e specifici, che cosa permette di andare oltre l'apparenza dei fenomeni e riconoscere l'ordine causale che li connette? E poi, in base a quali criteri la conoscenza storica può assumere le caratteristiche di un sapere preciso? Come ci si deve porre rispetto al passato, se lo si vuole indagare senza arbitrarietà?
Le risposte date dai tre pensatori sono diverse.
Giambattista VICO (1668-1744), è l'autore della Scienza Nuova. Nella sua opera il "diritto" , anzi lo studio giuridico assume una dimensione teoretica universale, il modo cioè per conoscere e definire correttamente i fatti dell'uomo. Il suo intento fondamentale è conciliare la filosofia con la filologia . La filosofia è intesa da Vico come la scienza dell'idea, di ciò che è eterno, razionale.La filologia è invece la scienza del fatto, di ciò che è storico, fenomenico.
Vico dice che tra questi due aspetti del pensiero, tra queste due serie vi èuna relazione. La Scienza Nuova che Vico vuole realizzare invece si occuperà di entrambe, anzi riuscirà a conciliare gli ambiti della filosofia (il vero) con quello della filologia (il certo). Vico scrive questo opera proprio mentre trionfa il cartesianesimo, e proprio in antitesi a questa teoria, di cui riconosce i meriti ma ne intravede i limiti. A un'idea di verità già costituita, che la ragione si limita a cogliere, Vico sostituisce la produzione della verità da parte dell'uomo come unico criterio della sua conoscibilità. Viene così spezzata quella connessione tra matematica e fisica che aveva caratterizzato la nuova filosofia naturale: il libro della natura che la metafora galileiana voleva scritto in caratteri matematici, decifrabili dall'uomo, non è più valida.
Egli cioè è d'accordo con Cartesio e con i filosofi sperimentali che sostenevano il principio secondo cui si può conoscere esclusivamente ciò che si crea , ma ritiene che oggetto della conoscenza umana debbano essere non le costruzioni concettuali astratte e fittizie della matematica, ma la realtà storica (cioè i fatti dell'uomo), mentre solo Dio che è artefice del mondo può conoscere la natura.
La storia così, intesa come prodotto umano, si identifica con un immenso sistema di segni e di reperti: linguaggi, miti, costumi familiari e sociali, culti religiosi, ecc. La struttura della Scienza Nuova è perciò caratterizzata da una costante riflessione del pensiero sui segni e sui reperti. Attraverso questa riflessione Vico elabora un disegno della storia intesa non come un percorso rettilineo, ma come sviluppo e ritorno ciclico ( corsi e ricorsi ).
Da un'età aurorale di barbarie istintuale e ferina (l'infanzia dell'umanità) si passa ad un'età eroica e mitica (la fanciullezza) per giungere infine all'età della ragione spiegata (la maturità). Il ciclo poi si riapre con una ritornata barbarie. A ciascuna di queste età del genere umano corrispondono determinate modalità conoscitive ed espressive e determinati modelli politici:
| Nome delle Età | Tipo di Governo | Forma di Conoscenza | Tipo di Linguaggio |
| degli Dei | Teocrazia | Istinti | Cenni |
| degli Eroi | Aristocrazia | Fantasia | Poesia |
| degli Uomini | Democrazia | Ragione | Filosofia |
Il tempo della ragione è dunque la meta di un cammino che parte dalla barbarie ma non si ferma, perché compito dell'uomo è giungere a Dio. Vico è un fedele cattolico, accetta l'idea della Provvidenza, ammettendo che il corso della storia si svolge secondo un'intenzione benevola, che dà un "senso" alla svolgersi delle vicende umane, ma che gli uomini non riescono a penetrare. Stabilito questo presupposto, Vico vuole scoprire la legge segreta, secondo cui si evolve, al di là delle apparenze dei fenomeni, ogni civiltà dell'uomo.Egli la identifica nella ricorrente successione di 3 fasi, ciascuna delle quali corrisponde ad una forma sociale che ha la sua radice nei bisogni materiali e nella conformazione psichica degli esseri umani, quali essi sono in un dato momento della loro evoluzione. La ripetitività dei cicli storici,- per cui ogni popolazione percorre sempre le stesse " età " (dalla barbarie primitiva all'epoca eroica in cui si formano le oligarchie dei guerrieri fino al pieno viluppo degli ordini civili da cui ha inizio la decadenza) - fornisce l'elemento costante e generale su cui può fondarsi la nuova "scienza":
Il passato infatti può essere riconosciuto non tanto grazie alle testimonianze individuali degli scrittori, quanto attraverso i materiali in cui si esprimono le collettività:
-I.KANT
L'autore che meglio rappresenta il razionalismo illuminista è il filosofo tedesco Immanuel Kant, autore delle 3 critiche famose:
Per questo la sua filosofia viene chiamata: "Criticismo".
Nell'organizzare la sua opera Kant parte da alcune domande essenziali:
Per rispondere a queste domande egli esamina criticamente le capacità della ragione (intelletto, volontà, sentimento).
I) La prima critica (Critica della Ragion Pura ) esamina le capacità conoscitive della ragione, che sono:
Kant è d'accordo che ogni conoscenza nasce dai sensi e che la ragione può spiegare con i concetti solo ciò che i sensi hanno fornito, cioè i fenomeni. La metafisica non potrà mai diventare una scienza, perché trattando dei " noumeni ", cioè delle cose in sé, parla di cose di cui non ha alcuna esperienza. Ma il modo con cui si conoscono le cose non appartiene al dato sensibile che viene conosciuto, appartiene alla conformazione del soggetto che conosce. Per spiegare le conoscenze, dice Kant, bisogna allora rivolgersi al soggetto che sente piuttosto che alla cosa sentita. Infatti, se i contenuti dell'esperienza pervengono all'uomo dall'esterno e sono ogni volta quelli che sono, la forma del suo fare esperienza appartiene invece a lui ed è valida per ogni esperienza possibile. In particolare:
Ciò significa che ci possono essere oggetti solo entro le forme categoriali che condizionano il suo pensare ed è su questa universalità che si basa la fisica.Chiarito come sia possibile la scienza, bisogna però concludere che la filosofia non può aspirare a conoscenze oggettive proprie: essa deve limitare il suo compito nell'indicare i limiti della ragione e badare che non vengano oltrepassati da rinascenti speranze metafisiche.
II)La Critica della Ragion Pratica esamina la ragione sotto il profilo pratico, cioè come volontà che determina l'azione. L'uomo agisce in base ai suoi impulsi e bisogni, secondo l'imperativo ipotetico che dice : se vuoi a fai b.. Ma nell'uomo risuona anche un altro imperativo, che Kant chiama categorico. Esso dice: fai ciò che devi (ti piaccia, ti convenga o no), ed è su di esso che si fondano tutte le norme morali. E' evidente che questo imperativo richiede che l'uomo sia un essere libero (non avrebbe senso imporre doveri se fosse condizionato dagli istinti come un animale); è però altrettanto evidente che l'uomo non può agire in piena e totale libertà. Egli non può mai vincere del tutto le inclinazioni sensibili che lo legano all'animalità e alla terra. Bisogna allora concludere che il postulato della libertà, su cui si fonda la morale, esige anche il postulato dell'immortalità, cioè della partecipazione dell'uomo a una vita infinita ultrasensibile, nella quale possa raggiungere ed adeguare quella libertà assoluta che la ragione gli comanda come imperativo categorico. Ma ciò esige un terzo postulato cioè che questo infinito tendere alla libertà abbia un senso al di là di se stesso, cioè che esso si inserisca in un piano di realizzazione del bene eterno e infinito come significato ultimo della vita dell'intero universo; bene che solo l'esistenza di un essere perfetto, ovvero di Dio, può garantire.
Si è con ciò dimostrato che l'uomo è libero (ha un'anima), che è immortale e che Dio esiste?
No, si è solo dimostrato che l'uomo può legittimenete sperarlo. Egli non conosce questi oggetti, poiché tutto ciò che conosce è limitato al mondo dei fenomeni meccanici della natura; tuttavia, le esigenze morali della sua azione, che scopre nella sua autonoma ragione e nel suo imperativo categorico, gli testimoniano l'idea di un'altra realtà oltre quella fenomenica; sicché, se nel conoscere deve limitarsi al fenomeno, nell'azione morale egli si comporta come se fosse libero e immortale e come se il suo agire dovesse concorrere ad edificare quel mondo ultimo dei fini buoni che solo Dio può realizzare e garantire.
III)La Critica del giudizio esamina la ragione sotto il profilo dei giudizi del sentimento (intelletto, volontà e sentimento sono perciò le tre facoltà che le tre critiche esaminano). Ora il sentimento si rivolge al mondo naturale dei fenomeni, ma non esprime giudizi conoscitivi o scientifici. Il sentimento invece contempla il fenomeno in assoluta libertà da ogni esigenza conoscitiva o pratica, per il puro piacere di contemplarlo. Tipico di questo atteggiamento è il sentimento dell'arte, che cerca nel fenomeno non il vero o l'utile, ma il bello. Ora, il sentimento mostra che la ragione umana esige, nel fenomeno stesso, quella libertà e quell'armonia sovrasensibile che la volontà pratica postulava come una meta posta al di fuori del mondo fenomenico. Abbiamo così la ricomposizione della precedente frattura. L'intelletto esige nel conoscere che la ragione si attenga rigorosamente al mondo fenomenico dell'aldiqua; la volontà esige che l'agire che la ragione miri al mondo noumenico dell'aldilà; ma il sentimento infine mostra che per la ragione umana i due mondi si compenetrano e si fondono, in quanto l'uomo si lasci liberamente afferrare dall'attitudine contemplativa; essa allora gli rivela che il bello e il sublime sono già di questa terra e risplendono nel cielo stellato e nella creazioni del genio artistico.