FRANCESCO GUICCIARDINI

Contemporaneo di Machiavelli e, come lui, impegnato in politica, conosce invece il successo e la sua vita avrà esiti diversi. Farà una carriera politica e diplomatica più grande, ricoprirà incarichi di più alto livello e quando, allontanato dalla politica, si ritirerà a vita privata, sarà uno degli uomini più ricchi di Firenze.Guicciardini sarà al servizio della Repubblica di Firenze, della famiglia Medici, del papa. Questi passaggi non vanno visti come incoerenza politica perché Guicciardini si considera un "tecnico", che mette a dsposizione del potere le sue competenze specifiche per garantire efficienza e funzionalità alla gestione della cosa pubblica. Della sua opera e del suo pensiero possiamo schematizzare 3 momenti:

La teorizzazione dello Stato.

Nei suoi scritti emerge sempre l'attenzione al dato tecnico, all'assetto costituzionale dello stato, alla definizione delle competenze delle varie istitituzioni e del loro reciproco rapporto e bilanciamento. Guicciardini appare indifferente alle sollecitazioni ideali e concepisce la politica come rapporto di forze e di interessi, guardando alla concretezza delle situazioni e degli interessi in gioco. La concezione dello Stato da lui elaborata media, in un gioco di pesi e di contrappesi, esigenze democratiche e tradizionale pratica di governo degli ottimati, ipotizzando una larga partecipazione di popolo alla vita politica ma riservando i compiti decisionali ai "savi" , a quelli che hanno competenza e pratica di governo, cioèi discendenti delle famiglie patrizie. Per capire le posizioni politiche di Guicciardini bisogna far riferimento alla situazione fiorentina tra la fine del 400 e l'inizio del 500. La Repubblica, istaurata dopo la cacciata dei Medici, si orienta verso un assetto democratico incentrato sul Consiglio Grande, aperto ad una larga partecipazione di cittadini e dotato di ampi poteri, come quello di eleggere i titolari dei principali incarichi dello stato. La conseguenza saà che uomini delle classi medie entreranno nel governo a fianco e spesso al posto dei "grandi". Le classi alte cercheranno di opporsi e di ritornare alla vecchia gestione del governo. Otterranno solo la creazione del Gonfalonierato a vita, che verrà assegnato a Pier Soderini, e che deve servire ad assicurare la continuità della guida dello stato e a controbilanciare la presenza di uomini della classe media e ad ovviare ai problemi che la rotazione delle cariche solleva. In questa situazione Guicciardini si fa portavoce degli atteggiamenti della classe alta, mettendo in risalto i pericoli di ingovernabilità che questa struttura presenta. Nella sua opera Discorso di Logrogno egli accetta l'assetto democratico della repubblica, ma cerca di salvare l'aspetto"conservatore" del sistema. Accetta il Consiglio grande, accetta il Gonfalonierato a vita, ma mira ad inserire quelle istituzioni in un progetto costituzionale che assicuri un efficiente funzionamento e quindi il buon governo. Nell'altra sua opera il Dialogo del reggimento di Firenze , G. dice che il fine della democrazia non è quello di assicurare ad ognuno la partecipazione al governo, perché governare comporta capacità, competenze, esperienza che non tutti hanno, per cui deve governare solo chi lo merita, ma quello di assicurare il rispetto assoluto della legge che deve valere per tutti ed in ogni occasione. Per il "buon governo", di fronte ai pericoli di prevaricazione e alle velleità signorili-tiranniche del gonfaloniere a vita egli attribuisce notevoli poteri al Consiglio grande, però prevede come legame tra Consiglio e gonfaloniere la presenza di una terza istituzione : il senato. L'obiettivo di Guicciardini è quello di creare un equilibrio di poteri e di definire con precisione gli ambiti di ciascuna istituzione al fine di salvaguardare la libertà, che consiste nella sovranità della legge al di sopra degli interessi dei singoli e delle mire signorili-tiranniche. Per raggiungere tale obiettivo è necessario procedere ad una scrupolosa messa a punto del meccanismo costituzionale e fissare le competenze per impedire le prevaricazioni. Nel 1503 G. si dedica alla stesura definitiva dei Ricordi . Nella banalità e nella drammaticità del quotidiano egli si riserva uno spazio interiore, dedicato alla meditazione, alla ricerca delle costanti che regolano la natura umana e le vicende storiche. I Ricordi sono registrazioni di meditazioni, riflessioni e umori non privi di quelle contraddizioni che sono tipiche della natura umana. Guicciardini si pone di fronte alle cose del mondo in una posizione problematica perché sente profondamente il senso della complessità del reale e diffida delle facili certezze, delle regole generalizzanti che dissolvono la specificità di un evento, l'irripetibilità di una circostanza; teorizza perciò come qualità umana più importante la "discrezione", cioè un "habitus mentale" incline a distinguere e a valutare tutti gli aspetti e i dati di un problema, il gioco delle somiglianze e delle contraddizioni. Seguendo questo metodo, che è il trionfo dell'empirismo sulla teoria, Guicciardini esamina la natura dell'uomo, riflette sulle sue istituzioni e la sua storia. Ne emerge una visione di fredda e dignitosa rassegnazione:

Questa visione così disincantata segna la consapevolezza della crisi delle fiducie umanistiche, delle fiducie nell'uomo padrone del proprio destino, vittorioso sulla fortuna. Con Machiavelli questa coscienza della crisi investiva il piano storico, la politica e le illusioni dei principi italiani, col Guicciardini investe il piano esistenziale, riguarda il destino e la condizione dell'uomo.

La produzione storica.

Iniziatasi con le Storie fiorentine la produzione di Guicciardini si conclude con un'altra opera storica, la Storia d'Italia, in 20 libri, che abbraccia il periodo che va dalla discesa di Carlo VIII in Italia all'elezione di papa Paolo III (1534).In questa opera Guicciardini:

Confronto con Machiavelli.

L'identità di esperienze, l'analogia di comportamenti e di interessi propone da sempre un confronto tra Machiavelli e Guicciardini. I dati essenziali di tale confronto sono:

  1. il diverso ruolo dei modelli. Mentre per Machiavelli i fatti storici possono costituire modelli di comportamento, ciò non è valido per Guicciardini. L'uomo è sempre identico a se stesso ed è spinto ad agire dalle passioni, ma esse sono tante e tali da non poter essere previste. Non è la storia con i suoi modelli a contare ma l'esperienza. E'il rifiuto della mentalità umanistico-rinascimentale, del principio di imitazione-emulazione che in Machiavelli ha ancora valore di canone storiografico.
  2. Non esistono regole che possono guidare nella storia, non esistono virtù o vizi che possono essere oggetto di successo. L'unica qualità che conta è la "discrezione", la capacità cioè di adattarsi alle condizioni del momento. E la molla che spinge ad agire e il "particulare", cioè gli interessi personali che sono gli unici che contano.
  3. Entrambi hanno della politica un concetto positivo, anzi la vedono come la forma più interessante dell'attività umana. Ma mentre Machiavelli conclude la sua riflessione nella figura e nell'azione del Principe, Guicciardini elabora una vera e propria teoria dello Stato.
  4. Entrambi hanno una visione negativa della Chiesa. Ma mentre Machiavelli motiva teoricamente la sua opposizione, attribuendole la responsabilità della mancata unità dell'Italia, Guicciardini si mantiene su di un piano empirico, facendo emergere quello che ha direttamente constatato.

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