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GALATEA

ninfa del mare,figlia di Nereo, è in relazione con la leggenda di Polifemo. In origine non è che la personificazione della bianca, lattea spuma delle onde, mentre poi sarà accostata al latte delel greggi a cui concede floridezza. Ci sono due versioni della leggenda: in una ama Polifemo a cui dà come figlio Galato, nell'altra si prende gioco dello sgraziato innamorato a cui preferisce il giovane Aci, che verrà ucciso dal gigante ingelosito.

RAFFAELLO SANZIO, Il trionfo di Galatea

Pigmalione e Galatea di François Boucher

GANIMEDE

Figlio di Troe e di Calliroe, veniva considerato il più bello dei mortali, al punto che gli dei lo rapirono sull'Olimpo per servire da coppiere a Zeus. La sua bellezza è tale però che lo stesso Zeus lo rapisce per sè, donando dei cavalli velocissimi al padre, come compenso. L'arte ha molto trattato il tema di Ganimende, soprattutto il momento del ratto. All'inizio era un vento impetuoso che rapiva il giovinetto, poi l'aquila di Zeus, o lo stesso Zeus in forma di aquila

CORREGGIO, Il ratto di Ganimede

GEA:

divinità greca simboleggiante la Terra. L'arte antica usò rappresentarla nell'atto di uscire dall'elemento che essa stessa personifica. Più tardi si amò invece rappresentarla reclinata a terra, circondata dai suoi figli, con la cornucopia in braccio e con a fianco una giovenca, simboleggiante l'agricoltura che lei protegge.

GENIO: divinità romana o italica pertinente al culto domestico. I Geni personali, così quelli dei privati cittadini come quello dell'imperatore, sono rappresentati generalmente da una figura virile, togata, recante per lo più la cornucopia. Il Genio del popolo romano è invece rappresentato da un uomo barbato, qualche volta coperto da un mantello, con la cornucopia nella mano sinistra e la patera della libagione nella destra. Animale caro e sacro al Genio era il serpente, che fu perciò usato spesso a rappresentarlo simbolicamente.

GEROLAMO: dottore della Chiesa. di solito raffigurato nella situazione di anacoreta. Es. Lucas Cranach. S. Gerolamo penitente, Vienna Kunsthistorisches Museum (a.1502). La tela raffigura il santo in ginocchio mentre, affranto dal dolore, contempla la crocifissione. Un paesaggio boscoso, estremamente rigoglioso circonda la scena. il paesaggio e le figure umane sembrano animate da una vita segreta. Così la barba e il manto argenteo sembrano fatti della stessa materia vibrante di cui è composto il paesaggio,. A sinistra,, su un albero, una civetta e un pappagallo, simboli rispettivamente del pianeta Saturno e del sole e indicanti altresì i temperamenti malinconico e sanguigno.

LEONARDO DA VINCI, S.Gerolamo

GESU'CRISTO: mancano notizie sicure sull'aspetto fisico di Gesù Cristo. Tutte le immagini venerate come eseguite durante la sua vita o all'epoca della prima generazione cristiana, sono leggendarie. La più antica risale al VI secolo. Le copie hanno dato origine ai Mandilion dell'Oriente o alle Veroniche dell'Occidente. Per le incertezze dobbiamo rinunciare, nell'arte cristiana primitiva, a cercare ritratti di Gesù. Del resto, a norma dell'arte ellenistica dalla quale derivava, essa volle rappresentare un tipo ideale più che un 'immagine reale di Gesù, raffigurandolo il più spesso senza barba e con un viso giovanile. I lineamenti sono regolari e nobili; l'espressione serena, salvo nelle scene del giudizio, dove appare severa. Col III sec. la capigliatura si fa abbondante. Nelle pitture più antiche si trova in costume leggero alla foggia greca. Presto Gesù riceve indumenti lunghi e ampi, drappeggiati nobilmente, caratteristici degli oratori e dei filosofi, conservatisi poi nell'arte cristiana. Nessun tentativo di marcare né nei lineamenti né nel costume la razza cui apparteneva. Appare col nimbo a metà del sec. IV, ma ne è privo nelle scene dei miracoli. Il nimbo crucigeno si diffonde solo nel sec.VI. La figura di Cristo con la barba comincia a diffondersi nel sec.IV e sembra di origine orientale, ma neppure allora ha caratteristiche di razza e il tipo rimane ideale, seppur concepito con spirito diverso. Nelle catacombe di Pietro e Marcellino si trova un'immagine di Cristo che viene descritta dal Wilpert in questi termini: "Il pittore voleva creare non una semplice testa barbata, ma un'immagine del Dio-Uomo; l'alta fronte, gli occhi a mandorla ombreggiati da sopracciglia oscure, il naso sottile, la bocca aperta per parlare, la lunga barba a punta, il bell'ovale del volto e le ricche anella castane della capigliatura formano una testa maestosa, caratterizzata al sommo, la cui dignità è accresciuta dalle vesti di porpora". Nei mosaici di S. Apollinare Nuovo Ravenna (sec.VI) due serie parallele mostrano il Cristo imberbe nei miracoli e barbato nella Passione. In Occidente i due tipi si conservarono a lungo fino al sec.XII inoltrato, in Oriente invece la figura imberbe scompare dopo il sec.VI; prevale il tipo simile a quello delle catacombe di Pietro e Marcellino, ma con la barba più corta e divisa in due punte. I capelli sono sempre lunghi e divisi da una riga sulla fronte e ricascano sulle spalle. Quando Cristo è raffigurato solo, la mano destra benedice, la sinistra tiene il libro. Nelle scene della sua vita terrestre gli si dà come attributo il rotolo nella mano sinistra e a meno che il soggetto non esiga altra cosa, la destra fa il gesto dell'allocuzione, che è anche quello della benedizione. L'espressione del viso varia secondo i soggetti e le tendenze dell'ambiente. In Occidente l'arte gotica si limita generalmente al tipo barbato, ma fedele alle sue tendenze idealistiche e al suo carattere astratto, gli conferisce una nobiltà grave e serena. Il costume è tradizionale. Il Cristo guerriero, con armatura dell'epoca è un caso isolato. Né l'arte del '300 né quella del Rinascimento hanno modificato la figura di Cristo, pur sforzandosi al massimo nella ricerca della verità umana. E quando i pittori settentrionali introdussero arditamente in costumi contemporanei i personaggi delle scene evangeliche, conservarono a Gesù le vesti e il tipo tradizionali, eccezion fatta per alcuni soggetti particolari (es. il Cristo Re). Nei particolari e nelle espressioni del viso, le varianti furono tante quante le epoche, i paesi, il temperamento degli artisti.

MANTEGNA, Cristo morto, Milano Brera

GIACOMO(S.) apostolo: Fratello di Giovanni, uno dei discepoli prediletti di Gesù. Spesso raffigurato col fratello, ha come attributo il libro, ma dopo il sec.XII dopo il successo del pellegrinaggio a S. Iacopo de Compostela lo si rappresenta in abito da pellegrino, con bisaccia, bordone, fiasco e conchiglia o con uno solo di questi attributi, quasi sempre il bordone. Talora lo si raffigura con la spada a ricordo del suo martirio. Famosa e tipica è la raffigurazione del pellegrino messo a morte ingiustamente per un'accusa falsa di furto da un oste e dalla figlia e salvato miracolosamente dal Santo.

GIGANTI: La statura superiore all'ordinaria è caratteristica comune a Dei e a Giganti, e non basta perciò a distinguere esattamente gli uni e gli altri. Per cui l'artista, quando può, li indica con espresse denominazioni. Trattandosi di personaggi di grande audacia e aggressività, l'arte Greca li raffigura in veste di uomini di guerra dalla pesante armatura (opliti). Anche se a Selinunte troviamo una pittura vascolare che mostra Zeus combattente contro un essere mostruoso, che ha la parte superiore del corpo umano, le gambe serpentiformi e ali alle spalle : si tratta di Tifeo. Nel V secolo i Giganti appaiono come guerrieri ma si distinguono per il loro aspetto di uomini, anzi spesso di giovani imberbi, aitanti e muscolosi, dal corpo completamente nudo, con la semplice difesa di una pelle ferina avvolta intorno al braccio mentre impugnano massi o fiaccole incendiarie. Nell'arte ellenistica il tipo del Gigante a gambe serpentiformi si diffonde in tutto il mediterraneo. Si conoscono 279 raffigurazioni iconografiche di Giganti.

GIOBBE: Personaggio biblico.es. Gioacchino Assereto(1660-1649), Giobbe deriso, Musei Ungheresi. L'originalità del dipinto è l'accento sul contrasto morale dei caratteri che evidenzia la tensione delle passioni drammatiche permettendo la piena realizzazione del Giobbe exemplum patientiae.

GIOELE: eroina della bibbia che riscatta con il suo coraggio il proprio onore e quello di Israele. L'episodio che la vede protagonista è tratto dal Libro dei Giudici. es.Artemisia Gentileschi(1593-1653), Gioele e Sisara, Musei ungheresi. La pittrice ha sempre evidenziato la sua propensione per le scene sanguinose, che rappresentano il compimento della mala sorte di un maschio ed è spiegabile a causa delle gravi umiliazioni subite dalla sua natura femminile durante il clamoroso processo per stupro contro Agostino Tassi, stupro della quale la infelice protagonista era stata proprio Artemisia. Ella dipinse così più volte Giuditta e Oloferne, Gioele e Sisara, Salomè. Il dipinto costruito su di un triangolo rettangolo appoggiato sul cateto maggiore costruito dal corpo di Sisara , mentre quello minore è il corpo di Gioele.

GIORGIO (S.): Cristiano martirizzato prima di Costantino. La leggenda lo dice di nobili origini, soldato valoroso fece parte della guardia di Diocleziano che lo fece mettere a morte. L'episodio della liberazione della giovane figlia del re dal dragone è un motivo antico che ravvicina la leggenda di S. Giorgio a quelle di altri eroi uccisori di mostri. Episodi del suo martirio sono talvolta rappresentati tanto in Oriente quanto in Occidente. Il santo però è raffigurato più spesso solo o in lotta col drago. Come figura isolata appare nell'arte bizantina nella serie dei santi guerrieri: Procopio, Demetrio, Mercurio, Nestore, i due Teodori che hanno tutti il costume simile: corazza e clamide con lo scudo e la lancia. S. Giorgio ha aspetto giovanile. L'immagine del santo a cavallo è forse di origine egiziana, perché nell'arte copta i cavalieri santi sono numerosi; ed hanno il loro modello nelle divinità equestri antiche. La lotta di S. Giorgio col drago appare in Cappadocia nel sec. X; galoppando il santo trafigge con la lancia il drago che si rotola ai suoi piedi, tipo spesso riprodotto dall'arte bizantina dei secoli seguenti. Anche questo è un motivo derivato dall'arte antica. L'arte occidentale del Medioevo rappresenta S. Giorgio ora in piedi ora a cavallo in lotta col drago. La leggenda, cara al mondo cavalleresco medievale fu già nel Trecento italiano trattata largamente da Simone Martini e nel 400 da Pisanello, Carpacci, mentre Donatello idealizzò in un nuovo modo la figura del santo. es.Raffaello, S.Giorgio e il drago(1506), Washington, National Gallery: La scena è definita dalle linee a X che si incontrano disegnando il santo e il cavallo: La massa nivea del cavallo accentua tutta la nostra attenzione nel ricostruire l'evento che svolge in un chiaro mattino.

PAOLO UCCELLO, S.Giorgio e il drago

GIOVANNI (SANTO) BATTISTA: la voce che grida nel deserto. numerose raffigurazioni, o nel martirio o nel battesimo di Cristo o nel deserto.es.Domenico Veneziano, S. Giovanni nel deserto (1445), Washington, National Gallery. Il tema dipinto è abbastanza raro; S. Giovanni che nel deserto depone le vesti abituali, è da assumere certamente come simbolo filosofico-cristiano di una vocazione per cui si rinnega ogni vanità moderna. Il giovane atleta - è sottolineata la bellezza armoniosa del nudo - domina nel paesaggio montano fantastico, dove le forme, memori ancora di una definizione gotica, si sono addolcite; al fondo dorato si è sostituito un azzurro respirante, in cui le masse si situano con armonia. Il paesaggio commenta efficacemente la solennità dell'atto del santo. es. Valerio Castello, La predica di S. Giovanni Battista (1655), Musei ungheresi. I chiaroscuri agitati nell'affollata composizione di Budapest, le forme ondulanti delle figure colte in movimentate torsioni, con gesti vivaci, in pose bizzarre accentuate anche dall'andamento dei drappeggi, la composizione complicata, l'invenzione appassionata testimoniano dello stile personale dell'autore.

GIOVANNI (Santo) Evangelista

S. giovanni Evangelista a Patmos, di HANS BURGKMAIR, 1502, Monaco di Baviera

GIUDA Iscariota: l'apostolo traditore di Cristo. Nell'arte paleocristiana si trova rappresentata la scena del bacio nel Getzemani e del suicidio di Giuda. L'arte bizantina ha lasciato molte rappresentazioni di Giuda con la scena del bacio. Nella Cena Giuda sta di solito in disparte rispetto agli altri apostoli e Leonardo lo ha raffigurato con la borsa.

GIUDITTA: eroina biblica , entrata per le sue grazie negli interessi di Oloferne, lo uccide dopo una notte d'amore, quando questi spossato giace incapace di difendersi. Simbolo della donna forte e coraggiosa, che vendica il suo onore e riscatta il popolo. Giuditrta che decapita Oloferne, di Caravaggio, 1599 Roma

es. Lucas Cranach, Giuditta con la testa di Oloferne, Vienna Kunsthistorisches Museum (1530?). L'immagine emerge da un fondo scuro che mette in risalto il biondo dei capelli e 'l\rquote incarnato dell'eroina, che appare piuttosto perversa, stringendo compiaciuta la testa mozzata di Oloferne, con aria indifferente o trasognata. L'aspetto sinistro di questa figura ferina è accentuato dallo sfarzoso costume di cortigiana. es. Andrea Mantegna, Giuditta e Oloferne (1490), Washington National Gallery.:La struttura compositiva dell'opera è di estrema chiarezza e semplicità. Il padiglione di Oloferne è aperto e crea quasi un'illusione di sipario che sta per chiudersi sul tragico epilogo dell'azione. Nel gesto solenne di Giuditta, che volge il capo con calmo distacco dalla testa sanguinante di Oloferne, lasciando alla vecchia, impaurita e quasi tremante di orrore, la cura di riporla nel sacco, c'è un pudore e una sapienza di emozioni trattenute che danno veramente un sapore classico alla poetica mantegnesca. Le piccole dimensioni del dipinto(30x18) favoriscono un'esecuzione particolarmente raffinata nella finezza dei panneggi delle figure: la veste bianca di Giuditta, appena scomposta, il manto azzurro gettato frettolosamente intorno alla persona, i calzoni esotici e il turbante della servente, mentre \'e8 massiccio il contrasto mantegnesco tra rosso e giallo accostati, attutito dal fondo oscuro della tenda e del cielo notturno, che si intravede al di sopra del rosato padiglione. es. Johann Liss, Giuditta(1631), musei ungheresi,. Una delle fonti del dipinto è il quadro di Rubens, purtroppo perduto. Il corpo scorciato di Oloferne che cade riverso in basso si collega col mirabile intreccio di forme e di movimento della figura quasi danzante di Giuditta, mossa in senso opposto e raffigurata di spalle, in atto di volgere lo sguardo all'indietro, quasi ammiccando verso lo spettatore. Gli effetti del chiaroscuro di stampo caravaggesco, conferiscono una vivacità tempestosa all'insieme delle due figure che sembrano ruotare intorno ad un centro immaginario. Nonostante i particolari truculenti e sanguinari Liss non riesce a rappresentare con drammaticità terrificante l'evento drammatico: lo sguardo provocante e civettuolo di Giuditta risolve la scena con teatralità, aumentata anche dal gioco decorativo degli effetti di lune rilucenti sulle ricche pieghe del suo vestito. es.Gustav Klimt, Giuditta e Oloferne,1901 (Osterreische Galerie, Vienna). Vera e propria icona, è inserita in una cornice metallica che riprende il procedimento usato in Pallade Atena. La preziosità del fondo (decorazione stilizzata del melo), del collare e dell'ornamentazione dell'abito, preannuncia il "periodo dorato". La raffigurazione di Giuditta illustra benissimo la problematica della "donna fatale" . L'eroina biblica, che per salvare la sua città mozzò il capo del generale Oloferne dopo aver sedotto, assurge a esempio del coraggio e della determinazione poste al servizio di un ideale. L'effigie pone l'accento sul principio della frontalità e sullo scudo psicologico della bella viennese che aveva posato per la figura dell'eroina. Klimt non mira a rendere atemporale il ritratto di una coeva, come è testimoniato dal collare che la modella indossa e che era tipico dell'epoca. es. Gustav Klimt, Giuditta e Oloferne, 1909 (Galleria d'Arte Moderna, Venezia). Questa effigie di Giuditta e Oloferne è inseparabile dall'ampia incorniciatura dorata che a destra e a sinistra limita la sinuosa composizione. Nel 1909 Klimt comincia ad abbandonare l'impiego dell'oro nelle sue composizioni per passare a colori caldi, come per esempio il rosso tendente all'arancione del fondo. Questa Giuditta, per cui Klimt sembra aver abbandonato il principio della frontalità, è di conturbante sensualit\'e0, trascina trionfalmente la testa di Oloferne per i capelli. Da un intreccio decorativo complicato e vario emergono il volto, il petto nudo e le lunghe mani contratte dell'eroina le quali, pur reggendo la testa di Oloferne, tengono chiusa la veste. Oloferne ha gli occhi chiusi. All'uomo punito dalla donna tocca il castigo della morte, e in questo senso Giuditta è la castratrice per eccellenza, caratteristica che condivide con Salomè, il cui nome è servito più volte per designare i due dipinti.

GIUDIZIO UNIVERSALE: la rappresentazione del Giudizio finale ispirata alla Bibbia è molto semplice nella primitiva arte cristiana: Cristo circondato dai santi, accoglie le anime elette, o separa in due gruppi il gregge. Lo schema iconografico bizantino, con la distribuzione del soggetto entro zone parallele, come poi sempre nell'arte medievale appare per la prima volta nel sec. VI. In seguito l'arte bizantina unisce in un'unica composizione che investe la parete della chiesa sopra la porta d'ingresso, le rappresentazioni simboliche e frammentarie del giudizio finale con elementi nuovi: Cristo tra gli apostoli in trono, la resurrezione dei morti, i patriarchi con le anime degli eletti, il fiume di fuoco scendente dal trono del Redentore sui dannati divisi in bolge. Nel sec. XII la scultura d'oltralpe si impadronisce del soggetto per ornare i timpani dei portali; unisce spesso il giudizio universale all'Apocalisse, sopprime il fiume di fuoco e l'etimasia e introduce numerose varianti.. In Italia, fino al 300 gli artisti rimangono sostanzialmente fedeli alla tradizione iconografica bizantina; sul finire del secolo però la composizione si amplia, si arricchisce di particolari e si divide in più riquadri. Pochi artisti hanno rappresentato il Giudizio nel rinascimento italiano.....

Michelangelo Buonarroti, Il giudizio universale

GIUNONE: L' immagine. della G. romana deriva direttamente da quella che i Greci avevano adottato per Era. Ampiamente paludata, ma senza simboli speciali, dignitosa e calma nella sua floridezza, G. appare nell'attico dell'arco di Traiano a Benevento con Minerva e Giove, gli Dei della triade capitolina. Più giovanile e meno solenne appare nei rilievi dei sarcofagi con scena nuziale, in funzione di Iuno Pronuba. Del tutto diversa è la Giunone Sospita di Lanuvio che segue un modello etrusco ed ha come aggiunta il simbolo indigeno della pelle di capra.es. ANDREA APPIANI La Toeletta di Giunone. La dea, attorniata dalle Grazie, seduta su di uno sgabello pompeiano, come pompeiani sono gli altri elementi dell'arredo, davanti ad una tenda o padiglione tra le nubi dell'Olimpo, si fa bella per riconquistare Giove. La bellezza della dea, matronale, ha modo di svelarsi soprattutto nella perfezione greca del volto e nell'atteggiamento sereno e olimpico del gesto, accompagnata dalla bellezza delicata e tenera delle Grazie che la guardano con devozione nel fulgore candido dei loro corpi.

GIUSEPPE(S.): padre putativo di Gesù e sposo di Maria appare nelle rappresentazioni della Natività o dei fatti dell'infanzia di Gesù, almeno fin dal secolo V. Dal tipo idealistico che il santo mantiene nei bassorilievi si va ben presto fissando quello che rimarrà poi il suo tipo caratteristico, di vecchio barbato. L'arte bizantina trasse dai Vangeli apocrifi nei tempi più antichi anche la " suspicio virginis ", poi scene riguardanti la sua elezione fra i pretendenti alla mano della Vergine, il miracolo della verga fiorita, lo sposalizio, soggetti su cui l'arte in seguito si esercitò largamente. Dal Rinascimento compare nelle " Sacra Famiglia ", più recente è invece la scena della morte. Nei quadri di devozione o nelle statue egli mantiene quel suo tipo di vecchio barbato e regge quasi sempre la verga fiorita di gigli e talvolta anche arnesi da falegname.

GORGONI: Divinità malefiche del mondo greco. La testimonianza più antica è il " Gorgoneion " o maschere mostruose delle Gorgoni, seguiranno le rappresentazioni a figura intera, numerose nell'età arcaica, più rare in quella classica. La rappresentazione arcaica è quella di una figura femminile che si muove rapidamente verso destra, il tronco di profilo con le ginocchia assai piegate e con la maschera gorgonea mostrata sempre di fronte, un braccio abbassato e l'altro sollevato. Solo in casi eccezionali mancano le ali, di solito raffigurate in numero di 4. Nei monumenti più antichi mancano i serpenti, poi compariranno prima alla cintura e poi come capelli. Nello sviluppo della raffigurazione individuiamo tre tipologie:

GOTICO (ARTE): La scultura: la statuaria non formò più un rivestimento decorativo dei muri, ma fece parte integrante delle costruzioni. I frontoni delle chiese si arricchirono fi grandi ornati bassorilievi. Lunghe figure, volutamente rigide, sono integrate nello stesso blocco delle colonne, dei piedritti, cui sono addossate............

GRECIA (ARTE) SCULTURA: nelle forme più antiche del VII sec incontriamo tre tipi distinti: la figura virile, imberbe, ignuda e stante, cioè il tipo del cosiddetto koros o Apollo arcaico; la figura muliebre vestita e stante, la cosiddetta kore ; la figura maschile o femminile con abito, seduta. Nelle forme più antiche di kouros tre particolari sono costanti e derivati dall'Egitto: l'acconciatura delle chiome coi due spiovernti sulle spalle, le mani con le dita maggiori chiuse e il pollice disteso, la gamba sinistra avanzata rispetto alla destra. In tali statue se compare il sorriso e gli occhi sporgenti si vuol accennare ai sentimenti dell'animo. Per la figura femminile la Kore ha il peplo dorico, o solleva nel modello ionico un lembo del vestito con una mano e tiene nell'altra mano un attributo(fiore, frutto, corona, ecc).

GREGORIO MAGNO(S.): Ha i soliti attributi dei papi, tiara e pastorale con doppia croce e , come dottore della Chiesa tiene nella destra un libro, talvolta chiuso, talvolta aperto, in atto di leggervi o di scrivervi. ma l'attributo suo caratteristico è una colomba che, posata sulla spalla, o ancora volante, gli si volge all'orecchio come per ispirarlo, secondo ciò che avrebbe visto una volta un suo scriba. Tra le storie della sua vita pi\'f9 raffigurate nell'arte: l'apparizione dell'angelo sopra la Mole Adriana; l'apparizione dell'angelo introdottosi con i poveri alla mensa giornaliera imbandita loro dal papa (Paolo Veronese in S. Maria del monte a Vicenza); la salvazione dall'inferno dell'imperatore Traiano, per intercessione del santo; la liberazione dal purgatorio del monaco Giusto. Andrea Sacchi dipinse per un altare di S. Pietro a Roma il miracolo del pannolino che aveva toccato le reliquie degli apostoli, dal quale avendolo il papa squarciato con un coltello usc\'ec sangue. Grande fortuna ebbe , specie nel Nord e nel sec. XV, la rappresentazione della " messa di S. Gregorio ": il papa è figurato in atto di celebrare la messa: sull'altare appaiono Cristo piagato e spesso i simboli della passione.


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