DANTE ALIGHIERI.

(1265-1321)

Intellettuale impegnato ed exul immeritus.

Dante nasce a Firenze nel 1265 da una famiglia di piccola nobiltà che dispone di modeste rendite terriere e di abitazioni e a Firenze trascorre i primi 35 anni della sua vita in un periodo particolarmente complesso della storia fiorentina, caratterizzato da:

A questa realtà Dante è profondamente legato e ad essa bisogna far riferimento per comprendere i suoi atteggiamenti e la sua poesia. Nei primi anni ottanta, Dante comincia a dedicarsi alla vita pubblica e all'arte poetica: diventa amico di Guido Cavalcanti e di Brunetto Latini. E' il periodo di quell'esperienza umana e letteraria fondamentale per la formazione di Dante: l'amore e la celebrazione in versi di Beatrice che, storicamente, è identificabile con Bice, figlia di Folco Portinari. Gli anni che seguono la morte di Beatrice avvenuta nel 1290 sono di fondamentale importanza per il poeta: la lode della donna amata si concretizza in un'opera (la Vita Nuova) che è ricordo, celebrazione e mistica interpretazione della recente esperienza amorosa; l'interesse per gli studi filosofici e teologici si fa determinante e lo porta a intensi contatti con i francescani e ai domenicani; la partecipazione alla vita politica diventa più assidua: ricopre la suprema carica del priorato nel 1300 e assolve il ruolo di capo ambasceria presso Bonifacio VIII. Quando i Neri attuano un colpo di stato e si impadroniscono con la forza del potere, Dante è condannato a morte e per sfuggire alla condanna va in esilio nel 1302. E' in questa seconda parte della sua vita che si colloca la sua produzione letteraria più importante: Dal De Vulgari eloquentia , in latino, dedicato ai problemi della lingua e all'esame della poesia francese e italiana, al Convivio, trattato in prosa e in volgare su argomenti filosofici, dal Monarchia, trattato politico in latino alla Commedia. Tutte opere che Dante compie in anni di peregrinazione da una città all'altra, ospite di signori e nobili che gli affidano incarichi di vario genere. L'esperienza dell'esilio assume un significato e un'incidenza particolari sulla personalità e sulla produzione dantesche. L'esilio è lacerazione affettiva, abbandono di ogni cosa cara, separazione e bando dalla comunità. Malgrado ciò egli rifiuta il ritorno in patria alle umilianti condizioni che gli vengono offerte. L'esilio inoltre genera la consapevolezza del torto subito, la coscienza di essere una vittima del gioco delle fazioni, ma anche l'orgoglio della propria superiorità morale, al punto che la sua vicenda biografica può assurgere ad emblema dell'ingiustizia. Questa duplice coscienza metterà in moto tutta una dinamica psicologica e desideri di compensazione e di rivalsa che gli faranno assumere il ruolo di profeta e giudice. L'esilio significherà anche l'acquisizione di una prospettiva che va ben oltre la prospettiva comunale per due motivi. Perché trasformava l'intellettuale comunale, radicato in un mondo limitato, "organico" a certi ceti e interessi, in una figura nuova, quello dell'intellettuale che deve vivere al servizio di un signore, in una corte. Perché il pellegrinaggio in tanti paesi dell'Italia centro settentrionale gli daranno quei dati dell\rquote esperienza su cui potrà fondare una visione generale e un giudizio sulla situazione europea del tempo. Apprenderà che non solo la vita della città e del comune era scossa da continui sussulti ma che in tutta Italia e in tutta l'Europa era in corso una profonda trasformazione. E dalla riflessione su questa esperienza nascerà la sua visione politica e religiosa, che nella restaurazione dell'autorità imperiale e papale vede l'unico rimedio contro l'ingiustizia e contro le lotte fratricide.

Lo sperimentalismo delle Rime e alla comparsa di Beatrice.

Il dato essenziale dell'attività poetica di Dante è lo sperimentalismo, tematico e stilistico, cioè l'uso di successive esperienze letterarie diverse, che troveranno il massimo nella Commedia. Nei primi testi si sentono ancora gli influssi della poesia cortese, dei siciliani e toscani, ma presto l'esempio di Guinizelli e di Cavalcanti diventano assoluti. Nel periodo 1283-90 è dominante lo stile tragico e dolce, ma anche con la composizione del Fiore c'è lo stile comico, d'impegno satirico-gioioso. Il meglio di questa attività poetica la troviamo espressa nella Vita Nuova , il libro in cui Dante, combinando la fenomenologia amorosa ottimistica di Guinizelli - la donna come apparizione miracolosa, angelo dispensiere di salute e tramite alla conoscenza celeste - con quella più pessimistica di Cavalcanti - l'essere amato come trascendente rispetto all'amante e irraggiungibile, il dolore e la paura nella passione. Ad un certo punto però Dante scopre una maniera più personale di poetare e la troviamo nei componimenti della Vita Nuova. All'amore doloroso Dante sostituisce un tema preciso: la lode disinteressata di Beatrice. Dante cioè sostituisce all'autoanalisi la rappresentazione della donna e dei suoi mirabili effetti su chiunque l'avvicini e, alla logica dell'amore come reciprocità di servizio, della poesia come richiesta di "merzede", sostituisce la logica di un amore che si appaga di se stesso, di una poesia che ha come fine la lode disinteressata. E' questo il momento più alto dello stilnovo. Dante aveva dedicato componimenti anche ad altre donne ed aveva cantato Beatrice anche in modi più convenzionali, ma ora si fa chiara in lui la potenzialità simbolica dell'amore per Beatrice, che diviene il supremo, l'unico. Beatrice diventa "la beatrice", colei che beatifica, cioè un miracolo, una creatura angelica non solo metaforicamente, ma proprio venuta dal cielo e da questi rimpianta e al cielo destinata a tornare. La sacralità di Beatrice è indubbia, anche se la critica ha pareri diversi:

La conclusione necessaria della vicenda di Beatrice, comunque, è la morte e l'assunzione in cielo, necessaria nella logica letteraria del personaggio. La morte e l'assunzione in cielo consentiranno più tardi, all'epoca cioè della Commedia, la ricomparsa di Beatrice, a cui verrà attribuita una nuova e più complessa funzione.

Verso il 1294 Dante considera conclusa la propria esperienza stilnovista. E' in questo clima di riflessione e reinterpretazione della propria vicenda biografica e letteraria che si colloca la stesura della prosa della Vita Nuova: non a caso il libello si apre con la metafora articolata del libro della memoria, nel quale Dante si accinge a leggere e a individuare il senso della propria vita.La Vita Nuova è così un'antologia personale di Dante lirico; è anche un romanzo autobiografico che propone una reinterpretazione in chiave esemplare-universale della propria vicenda umana. Per tali esigenze Dante opera un riordinamento dei testi e una serie di raccordi: così l'interpretazione della propria vita come itinerario di perfezionamento interiore può prendere corpo. Dante immette nell'operazione tutta la sua cultura: quella lirica, cortese e stilnovistica, con i primi risultati della sua riflessione sulla lirica volgare; quella religiosa; quella classica e mediolatina. Con la Vita Nuova si chiude l'esperienza stilnovista di Dante, ma non quella delle rime. Dante ora volge verso l'impegno etico, filosofico e politico. Sul piano biografico si collocano in questi anni successivi al 1294 l'inizio della vita politica, l'inizio degli studi filosofici più impegnativi e, soprattutto, la volontà di interagire più concretamente con la realtà culturale e politica del proprio tempo.

Sul piano letterario si aprono nuove direzioni di ricerca:

  1. l'esperienza delle Rime petrose, che abbandonando l'immaginario stilnovistico costituiscono un esercizio di stile aspro;
  2. l'esperienza delle grandi canzoni morali e allegoriche;
  3. le poche esperienze comiche, come la Tenzone con Forese Donati e i sonetti all'Angiolieri.

Si completa così lo sperimentalismo dantesco: da stile comico a stile tragico, dalla lirica d'amore alle canzoni dottrinali, didascalico-allegoriche; dall'amore doloroso, patetico, contemplativo, materiale alle tematiche morali, filosofiche, religiose, politiche; dalla satira all'invettiva, dal compianto alla lode, dalla meditazione all'argomentazione.

La responsabilità dell'uomo di cultura.

L'intensificarsi dell'esperienza politica e poi dell'esilio porteranno alla composizione dal 1304 al 1307 del Convivio. Concepito come una trattazione globale di tutto lo scibile il Convivio è scritto in volgare per permettere ai non specialisti di poter fruire della "sapienza" e di accostarsi a questo "banchetto" che Dante appresta loro. Dei 15 libri programmati ne furono composti 4: uno funge da introduzione, gli altri tre commentano ciascuno, una canzone. Il Convivio manifesta già nell'impostazione, nelle finalità e perfino nel titolo la concezione dantesca del ruolo dell'intellettuale: quello di dispensare la cultura agli altri facendosi portatore di verità e di moralità. Si assume cioè un ruolo di di divulgazione che è animato da una profonda tensione etica. Si spiegano così i frequenti accenni autobiografici o l'accenno alla giustizia e al ruolo dell'imperatore, che solo può garantirla. Due aspetti meritano attenzione: il pubblico ipotizzato e lo strumento linguistico scelto.

Dante è consapevole del valore rivoluzionario della sua scelta del volgare per un trattato dottrinale e sente la necessità di giustificarla ulteriormente. L'opera con la quale Dante intende assolvere questo compito è il De vulgari eloquentia, di cui compose però solo il primo libro e parte del secondo. L'impianto è ancora medievale ma contiene intuizioni di grande interesse - l'unità linguistica come prefigurazione dell'unità politica, il rapporto fra direzione politica da un lato e cultura e lingua dall'altro, ecc. - e si presenta come un trattato di linguistica generale e di retorica; non si discute solo di lingua e dialetti, ma di temi poetabili, di stili, di differenze tra i vari versi. E' un primo esempio di storia della letteratura italiana. Altro trattato interessante è il Monarchia , composto negli anni 1312-13, al tempo della discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo. Le tesi di fondo del trattato sono:

  1. la duplice finalità del destino dell'uomo, felicità terrena e salvezza eterna, richiede due poteri ordinati al raggiungimento di tali fini: l'Impero per la felicità terrena e il Papato per la salvezza eterna;
  2. i due poteri sono autonomi uno dall'altro perché diversi i fini a cui sono destinati.

La teoria politica di Dante solleva una serie di interrogativi:

  1. l'opposizione di Dante alla concezione teocratica elaborata dalla curia papale nel tardo medioevo è netta e definitiva;
  2. ponendo come uno dei fini dell'uomo la realizzazione di una pienezza della vita terrena, cioè della felicità e affermando che l'impero è lo strumento per l'attuazione di tale fine, Dante operava una valorizzazione dei dati umani e terreni di grande importanza sul piano storico-culturale;
  3. da un impianto così ricco di novità deriva però una proposta politica sconfinante nell'utopia: quando impero e papato si avviano nel loro cammino calante Dante sogna la loro restaurazione ridefinendone i ruoli.

Il poema sacro.

Gli elementi via via emersi dalla storia di Dante trovano confluenza e sintesi nella Commedia. Tutto ciò che Dante rappresenta nel suo poema - il viaggio ultraterreno, l'esperienza culminante nella contemplazione di Dio - deve essere considerato una finzione poetica, un involucro che contiene la verità, ma è nello stesso tempo verità, come tale percepita ai suoi tempi. Dante la esprime utilizzando la dimensione mistica, il rapimento estatico, che sono forme di conoscenza religiosa del tempo. La Commedia appare inoltre come l'opera che meglio riesce a rappresentare la visione enciclopedica propria delle grandi opere medievali. Il viaggio ultraterreno è presentato da Dante come un processo di apprendimento attraverso il quale egli trova risposta agli interrogativi che pone e viene erudito su tutto lo scibile. Con tale tecnica trovano collocazione nel poema la filosofia, l'astrologia, le scienze della natura e la Commedia presenta così anche il carattere di sintesi della cultura medievale. Tale processo di apprendimento comporta la rappresentazione di Dante personaggio che assume una duplice valenza: per un verso ha una sua precisa connotazione storica, è un fiorentino del Due-Trecento con i suoi rancori e odi di parte, calato in una precisa trama di scelte politiche, di esperienze, di memorie; per una altro verso è esempio e paradigma di un percorso che dal peccato porta alla consapevolezza e, attraverso la penitenza, alla salvezza. In Dante personaggio confluiscono e si fondano contingente ed eterno, storia comunale e itinerario esemplare, perenne, dell'uomo dal peccato alla salvezza. Questa duplicità di aspetti si estende all'innumerevole schiera di personaggi che popolano la commedia e a tanti altri suoi aspetti e componenti. I personaggi del poema con i quali Dante dialoga e dei quali viene descritta la vicenda sono innanzitutto rappresentati nella loro cronachistica dimensione terrena, con attenzione ai dati della loro vita e ai rancori o agli ideali ai quali è stata ispirata. Ma questa rappresentazione della vita è fatta in una prospettiva che si colloca al di fuori della vita; la vicenda umana che è presente con tutta la sua urgenza è nel contempo definitivamente fissata nell'eternità del giudizio divino, ha perso la sua valenza cronachistica ed ha assunto una dimensione di esemplarità, cioè le singole storie dei personaggi diventano veicolo di riflessione e di insegnamento e vengono inscritte tutte in una coerente e unitaria visione etico-religiosa.Si tratta quindi di una lettura e di una rappresentazione del reale che non si esauriscono nella dimensione realistica ma che rimandano ad altro, secondo una vocazione simbolica costante nella mentalità medievale che legge la natura come un universo che perennemente rimanda a significazioni etico-religiose, e legge i testi sacri come una galleria di "figure", cioè di personaggi e di eventi che hanno sì una loro storica consistenza ma sono nel contempo adempimento di profezie precedenti ed anticipazione emblematica del futuro. Per quanto riguarda il lessico, Dante attinge dal fiorentino senza criteri discriminatori. Dante così smentisce la soluzione proposta nel De Vulgari eloquentia , quella del volgare concepito come una lingua sopradialettale: egli adotta il fiorentino e non resta prigioniero di un'astratta esigenza di solennità ed aulicità. E' il polilinguismo il carattere formale più interessante, cioè di un linguaggio che dal fiorentino trae tutti i connotati, elevati, popolari, gergali scelti a seconda della necessità e dell'esigenza della pagina.

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