GABRIELE D'ANNUNZIO
Arte e vita
D'annunzio ebbe una vita particolarmente ricca e varia per esperienze mondane e galanti, per la frequentazione di ambienti diversi, per l'esperienza militare, bellica, per il ruolo politico, etc. A differenza di Pascoli la sua importanza non si limitò alla letteratura ma investì il campo del costume e la storia della società italiana e per alcuni decenni fu un vero e proprio modello di comportamento e di gusto. Ma gli italiani che "dannunzianeggiavano", guardavano alle vicende dell'uomo, ai suoi successi d'alcova con fascinose aristocratiche raccontati dalla stampa, al rapporto con Eleonora Duse, l'attrice più famosa del tempo, al suo stile di vita, ai suoi cavalli, ai suoi levrieri, alle sue splendide ville? O guardavano invece ai personaggi che egli creava nei romanzi e nel teatro, alle "situazioni interiori", alla sensibilità che egli suggeriva nella produzione lirica? D'annunzio in realtà presenta una sua specificità, quella di essere stato capace di vivere la sua vita come opera d'arte e di aver trasferito nell'opera d'arte la dimensione del vissuto. I suoi personaggi sono perciò sempre un po' autobiografici mentre i suoi comportamenti sono sempre esemplificazione di momenti letterari. Egli come e più di O. Wilde interpreta l'estetismo, quell'atteggiamento del decadentismo di cui Huysmans aveva creato i presupposti e i caratteri.
Nato a Pescara nel 1863 e compiuti gli studi presso il collegio Cicognini di Prato, diviene presto famoso pubblicando una raccolta di poesie e di bozzetti che gli danno la possibilità di collaborare alla Cronaca Bizantina, una rivista mondano-culturale molto importante nell'ambiente romano. D'annunzio diventando cronista mondano della rivista conquista gli ambienti letterari e aristocratici della capitale. Avvia così una vita di brillante mondanità - fatta di cacce alla volpe, di sfrenato erotismo, di lussi e di debiti - iniziando quel culto della Bellezza di cui si proclama sacerdote e che riesce a definire e ad aumentare nelle sue manifestazioni. Tra imprese amorose, conquiste, fughe romantiche, duelli e un matrimonio riparatore, il tutto riportato poi nelle pagine del giornale diviene simbolo di quegli anni turbinosi. In tempi in cui l'azione dei mass-media era ancora limitata, reclamizzando la sua vita e amministrando il mito che creava, egli trasmette a larghi strati della società il gusto e il senso di una "vita inimitabile", ardimentosa, disponibile a tutto perché retta unicamente dal culto della Bellezza e dall'affermazione dell'io. Guardando alla contaminazione arte/vita, generazioni di piccolo borghesi potranno realizzare i loro sogni proibiti e vagheggeranno, prima, ville, amanti fatali e lussuriose sperimentazioni, dopo, si nutriranno di velleità eroiche e imperialistiche.
Il periodo romano è quindi intenso e ricco di molteplici esperienze e di opere; versi e romanzi, che ottengono successo e contribuiscono al mito dell'autore: Il piacere (1889), Giovanni Episcopo(1892), L'innocente (1892). Nell'ultimo decennio del secolo D'Annunzio scopre Nietsche, ricavandone suggestioni e orientamenti per il suo estetismo; dal 1898 al 1909 vive a Settignano nella villa "La Capponcina", che ha trasformato in una dimora di raffinato esteta:è il periodo di un'intensa creatività teatrale ( La città morta , La figlia di Iorio , La nave, ecc.), con la relazione con la Duse, la composizione delle Laudi . Trascorsi alcuni anni in Francia per sfuggire ai creditori ritorna in Italia nel 1915 per le "radiose giornate" del maggio 1915: si tuffa in politica su posizioni interventiste e partecipa alla guerra. E' anche questo un periodo esemplare: l'azione politica e l'azione militare sono aspetti e momenti che egli vive come occasioni letterarie e che trasforma in letteratura. E' un realizzare "bei gesti", richiami mitologici, inventare motti, slogans e rituali per le figure che la guerra gli permette di esercitare: l'eroe, l'audace, il signore rinascimentale, il legislatore. In tale dimensione di estetismo condusse anche l'ultima parte della sua esistenza in quel "Vittoriale degli Italiani" nel quale fu relegato da Mussolini come in un museo di autocelebrazione: qui visse la quotidianità di ben 17 anni collocandola nella dimensione della bellezza attraverso rituali, decorazioni, suppellettili, a volte difficili da condividere nel gusto.
Tappe di un itinerario .Nella sua prima produzione D'Annunzio sembra rifarsi ai due esempi più illustri del secondo 800, Carducci e Verga, ma, ben presto la sua dimensione artistica divenne originale. Nelle Novelle della Pescara (1884), ci sono temi apparentemente affini a quelli verghiani - plebi abruzzesi e vita paesana - ma il narratore si accosta ad essi non spinto dalla pietà umana, dall'impegno di comprensione storica o dall'amore per i luoghi natii, ma è proteso alla ricerca della sensazione acre e violenta, affascinato dal barbaro e dal primitivo, dalla violenza e dal sangue. L'attenzione per le vicende crude, per i particolari non sono il frutto dell'adesione a Zola e alle poetiche naturalistiche, ma solo la ricerca e il compiacimento per lo scatenamento di passioni elementari. In poesia ( Primo vere, 1879; Canto novo, 1881) all'interno di forme metriche barbare e classicheggianti si manifesta un acceso sensualismo, tutt'altro che sereno, una celebrazione del godimento, una sensibilità disponibile ad ogni sollecitazione della natura. La novità dannunziana emerge però con la pubblicazione de Il piacere. Con esso viene introdotto in Italia quel tipo di eroe decadente esempificato da Des Esseintes o da Dorian Gray: raffinato e gelido, cultore solo del bello che attraverso l'artificio si riscatta dalla dimensione naturale, aristocratico e dispregiatore delle masse.
Il romanzo presenta un altro motivo di interesse: la carica vitalistica e sensuale delle prime raccolte di versi si è complicata e corrotta: il sensualismo diventa lussuria, la disponibilità alle sollecitazioni sensoriali della natura diventa ricerca dell'artificio. Con Andrea Sperelli D'Annunzio ha creato un tipo umano ricorrente nella sua produzione e destinato ad arricchirsi di altre caratteristiche: quelle derivanti dall'ideologia del superuomo. Tra le opere compiute in questo periodo vale la pena di soffermarsi sulla raccolta di liriche Poema paradisiaco (1893) e sul romanzo L'innocente (1892), che testimoniano una nuova fase dell'arte dannunziana. Fase che contraddice ma insieme integra la precedente: è la stanchezza che segue alla realizzazione del piacere, il ripiegamento, la sazietà della carne che genera malinconici vagheggiamenti di bontà, di ritorno ad una vita pura, di lavacri, di innocenza e di infanzia, di sereni colloqui con la madre nella casa lontana. Nel Poema paradisiaco D'Annunzio elabora una poesia colma di un languore voluttuosamente goduto, celebra ineffabili stati d'animo di convalescenza spirituale e di estenuazione effusi in paesaggi raffinati. Ma la disponibilità dannunziana alle esperienze umane, intellettuali, artistiche è inesauribile; nel 1892 escono le Elegie romane, proprio nel periodo in cui si colloca la lettura di Nietsche. Trascurando la parte più propriamente filosofica, D'Annunzio ne ricava con approssimazione e fraintendimento un certo tipo di indicazione politica e la morale del superuomo. Il mito dell'eroe decadente rappresentato da Andrea Sperelli si integra con un groviglio di velleità politiche. E' Claudio Cantelmo, il protagonista delle Le vergini delle rocce (1895), che lo porta a conclusioni nuove:
Ma D'Annunzio non inventa nulla. Questa ideologia antidemocratica trovava un preciso riscontro nella società italiana del tempo, in quelle forze che suggestionate dall'esempio bismarckiano, sognavano lo stato forte contro il crescente peso delle forze popolari e degli egoismi e degli scandali che percorrevano la classe dirigente. Questo atteggiamento politico sarà innestato da D'Annunzio su un fondo di estetismo decadente che contrassegnerà molta parte della sua produzione posteriore e la stessa sua vita pubblica. Inizia ora la sua carriera di superuomo-tribuno, le cui tappe sono l'elezione a deputato, la propaganda interventista, la partecipazione alla Prima guerra mondiale, l'impresa di Fiume. Sono tutte attività contrassegnate da un desiderio estetizzante d'avventura. E' questa anche la fase della sua più importante produzione teatrale, del teatro-poesia che cerca vie diverse dal naturalismo. Connotazioni diverse sembrano però avere i 4 volumi delle Laudi del cielo del mare della terra degli eroi , composti nei primi anni del secolo e che sono la summa della produzione poetica dannunziana:
-culto dell'ardimento e senso panico della natura( Maia)
-celebrazione degli eroi e degli artisti (Elettra )
-sensazioni e panismo (Alcyone)
canzoni scritte per esaltare l'impresa libica(Merope).-
Il terzo volume delle Laudi (Alcyone ) ha fisionomia particolare e permette di valutare con maggiore obiettività l'opera dannunziana. Per decenni la critica è rimasta vincolata al giudizio negativo di Croce, che vedeva in D'Annunzio solo "un dilettante squisito di sensazioni". Questa impostazione è stata rivista negli ultimi decenni, si sono rivalutate le modalità e le tematiche presenti, ad esempio in Alcyone. In esso mancano sia la dimensione superomistica che caratterizza gli altri libri, sia quella tribunizia, da poeta-vate che rievoca le passate glorie e celebra le gesta eroiche del presente. L'Alcyone è una celebrazione della natura nella quale il poeta si immerge, mirando a realizzare una fusione panica: a sprofondare e a confondersi con tutto -mare, alberi, luci, colori - in un sempre rinnovato processo di trasformazione che si risolve nell'ampliarsi della dimensione umana. L'autore quindi ha superato sia la carica di vitalistico sensualismo tipica della sua prima produzione poetica, sia quella disposizione di languido e manierato abbandono tipico del Poema paradisiaco . Questo superamento del superomismo, già evidente in Alcyone, apre la strada a quella fase che la critica chiama "notturna". L'appellativo deriva da quel Notturno\ che, scritto nel 1916, quando D'Annunzio è costretto all'immobilità e al buio per una ferita da incidente aereo. L'opera è caratterizzata dall'uso costante di periodi brevi, dall'assenza di un vero e proprio disegno narrativo, dal prevalenza di una prosa lirica e impressionistica e da un tema di fondo: il senso cupo del finire delle cose, la presenza quasi della morte. ( sulla base de Il sistema letterario)
D'ANNUNZIO E IL MITO DELL'ARTISTA
. La crisi che investe l'intera società alla fine dell'800 riguarda anche gli artisti, il cui ruolo e la cui funzione appaiono sempre più ambigui e difficili da definire, posti come sono tra:
Questa crisi viene espressa in modo efficacissimo soprattutto dagli artisti simbolisti, i quali:
a)o presentano l'arte come una categoria del "sacro", contrapposta a quella dell'"utile, ma senza giungere a riproporre la Divinità o la trascendenza;
b) o attribuiscono solo all'artista la capacità di dare un "significato" alla vita, di scoprire e indicare la "verità", ma volendo però penetrare al di là dell'esteriorità dei comportamenti entrano in contatto con la psicanalisi e ne usano i principi e le tecniche.
In Italia, il simbolismo si diffuse più tardi e più lentamente che nel resto d'Europa, ma fu dominante fino alla Prima Guerra Mondiale. I modelli che ebbero maggior successo furono due:
L'opera di D'Annunzio è senz'altro quella che più si rifà a tali problematiche, anzi la figura dell'artista costituisce un'ottima chiave di interpretazione di essa, almeno di quella narrativa, specie dei romanzi. In essa troviamo evidenti almeno tre caratteristiche:
Se guardiamo ai romanzi scritti da D'Annunzio, vediamo che essi sono stati composti secondo formule narrative e tematiche diverse. Ad esempio: Il Piacere si svolge secondo gli schemi di un gusto decorativo e Parnassiano; Il trionfo della morte, L'innocente presentano analisi psicologiche secondo i metodi del positivismo e del naturalismo; Le vergini delle rocce, Il fuoco evidenziano il tentativo di ricerca dei significati segreti della natura, delle corrispondenze simboliche tra stati d'animo e cose. Presentano tutte però dei tratti unitari di fondo, quali:
Sono tutte vicende in cui l'arte e l'artista, sempre libero e mai condizionato dal mercato, giocano un ruolo centrale. Anzi, per D'Annunzio "l'artista incarna l'alternativa, la diversità rispetto alla società borghese dell'utile e del cattivo gusto", anche se ciò che fa o come vive sono gli stereotipi borghesi della vita e dell'idea di artista. La figura dell'artista rappresentata da D'Annunzio però si evolve mano a mano che egli, formatosi sugli autori tipici dell'estetismo e del decadentismo di fine secolo, modifica il suo pensiero approfondendo il simbolismo e entrando in contatto con il pensiero di Nietsche . Allora i suoi personaggi anelano al dominio, alla volontà di potenza (il superuomo). E' questa caratterizzazione dei personaggi, degli avvenimenti, dei giudizi che fanno apparentare D'Annunzio alla cosiddetta cultura di destra, ben oltre la sua adesione al Fascismo. Infatti:
-i suoi eroi attribuiscono alla tradizione e al passato ogni valore e aspirano ad un futuro così vago da non assumere carattere storico;
-essi aspirano più alla morte che alla vita;
-affermano la loro essenza sovrumana solo in gesti e atteggiamenti volti a sottolineare la loro distinzione dagli altri, ma sempre in modo rituale, risultando eccessivi e spesso inutili. .
Per D'Annunzio cioè l'artista:
-ha le caratteristiche della personalità d'eccezione, il superuomo (uomo d'azione ed esteta);
- rifiuta la modernità e il mondo storico, in cui gli tocca vivere;
-l'ideologia che esprime risulta elementare e incapace di capire la realtà industriale (le città descritte sono tipiche dell'800, le masse operaie dell'industrializzazione non sono nemmeno percepite);
-ha un rapporto contraddittorio e velleitario con il mondo, che vuole dominare e fuggire da esso, che vuole esplorare e isolarsi da esso. (Sulla base de il Materiale e l'Immaginario).