VITTORIO ALFIERI
.Inquietudine esistenziale e trascrizione letteraria.
Nel 1790 Vittorio Alfieri cominciò a scrivere un'opera autobiografica, la Vita scritta da esso\, con cui, narrando la sua vita, mira a descrivere e a documentare la faticosa conquista della propria identità di poeta tragico, di "uomo libero", capace di porsi rispetto agli altri come un "mito umano", un modello da prendere e sul quale organizzare la propria vita. I critici hanno visto La Vita come un "Bildungsroman", cioè un romanzo di formazione, che ha come aspetto rilevante la descrizione delle varie esperienze attraverso le quali passa il protagonista per arrivare ad acquisire consapevolezza della propria identità del proprio destino. Più che narrare però i fatti che lo hanno riguardato negli anni, la Vita intende essere una storia di un'anima, cioè vuole registrare le passioni, gli amori, i furori, le varie esplorazioni dell'io che viene conducendo negli anni. Egli perciò non ci parla tanto delle città visitate e dei lunghi viaggi compiuti se non per descrivere le emozioni provate davanti ai paesaggi che sente congeniali. Ma quando scrive la Vita Alfieri è ormai un noto poeta tragico, ha scritto i trattati politici, ha visto manifestarsi la Rivoluzione francese, è stato capace di trasferire il suo mondo interiore e creativo nelle forme letterarie. La Vita perciò si colloca a conclusione di una carriera letteraria che non smentisce; anzi accanto agli altri "eroi" che campeggiano nelle tregedie essa ne crea un altro, lui stesso. Questo significa però che la Vita è un'opera letteraria con i caratteri non di pura invenzione, ma con l'esigenza che il dato cronachistico sia trascritto letterariamente. Perciò è in virtù di essa che Alfieri ha trasmesso ai posteri un mito umano che avrebbe esercitato subito una grande suggestione: di "taciturna natura", "più incline al pianto che al riso", di "ritrosa e selvaggia indole", oscillante tra improvvisi furori ed improvvise malinconie, perennemente dominato da un'inquietudine e da una scontentezza che non hanno motivi contingenti ma nascono dall'originalità della sua natura.
Le vicende della sua vita offrono però materia per la mitizzazione eroica e furono particolarmente movimentate. Nato ad Asti il 16 gennaio 1749 da una famiglia di antica nobiltà, fu avviato secondo la tradizione nobiliare alla carriera delle armi frequentando l'Accademia di Torino fino al 17° anno di età e, con il grado di alfiere, fu assegnato al reggimento di Asti. Dall'ottobre del 1766 fino al 1775 si diede ai viaggi in Europa secondo il costume del "Grand Tour" che era il completamento della formazione dei giovani aristocratici europei nel secolo XVIII.Viaggia in Italia, in Olanda, Inghilterra, Svezia, Finlandia, incontrando personaggi meritevoli, visitando luoghi sconosciuti, intrattenendo relazioni amorose, turbinose ed intense come quella con Penelope Pitt a Londra, nel 1771, che lo coinvolse anche in un duello. Al ritorno dai viaggi si dedicò alla composizione della tragedia Cleopatra , iniziando così la sua carriera di autore. Nel 1777 incontra Luisa Stolberg, contessa d'Albany e tra i due nasce un amore intenso che durerà fino alla morte del poeta, anche se non istituzionalizzato dal matrimonio, né dalla prole perché, secondo Alfieri, la condizione matrimoniale e la procreazione dei figli sono da rifiutare in tempo di tirannide. L'anno seguente ufficializza la sua "spiemontizzazione", facendo donazione del patrimonio alla sorella in cambio di un vitalizio. E' questo il periodo di maggiore fecondità della sua vena creativa: compone le Tragedie, i Trattati Della tirannide e Del Principe e delle lettere , gran parte delle Rime . A Parigi dove si è stabilito con la sua compagna assiste alla Rivoluzione francese, mostrando entusiasmo e poi delusione e sfuggendo ad essa a rischio della vita. Nell'ultima produzione esprime le sue delusioni e i suoi rancori antirivoluzionari e antigiacobini nel Misogallo, nelle Satire, nelle 24 Commedie. Muore a Firenze nel 1803 e viene sepolto nella chiesa di Santa Croce.
Politica e poetica.
Se la Vita ci permettere di cogliere già elementi originali della sua concezione della vita e della storia sono i due trattati Della tirannide e Del principe e delle lettere che ci permettono di verificare alcuni aspetti di fondo di come egli affronti questo ordine di problemi e di come leghi posizioni politiche e riflessiomi sulle finalità dell'attività letteraria alla vita morale.
Nel trattato Della Tirannide, in 2 libri, esamina le caratteristiche della tirannide e le forze su cui essa si appoggia e come un uomo libero possa ad essa opporsi ed eliminarla. Essa è la più viva ma forse la più equivoca tra le opere politiche alfierane. Risente della lettura di Plutarco e raccoglie spunti da Machiavelli, ma soprattutto scrive sotto l'influsso degli autori illuministi come Montesquieu, Voltaire, Helvétius, di cui riprende le idee, potrtandole a forme rigide ed estreme. Egli celebra un elogio in senso astratto della libertà contrapponendola al governo dispotico. Ma non esamina storicamente cose è stata o è al momento, rappresenta con fervore e logica astratta ciò che la tirannide virtualmente è, dato che il despota è padrone di tutto, può fare e disfare le leggi, operare tutto il male che vuole, ecc.: il più mostruoso di tutti i governi. E all'eventuale obiezione che vi sono stati autocrati buoni risponde che un monarca che potendo, non rinunzia alla tirannia, è sempre cattivo perché lascia la possibilità di successori malvagi. Egli inoltre arriva a considerare tirannica ogni forma di costrizione e arriva a rifiutare ogni possibilità di mediazione politica, respingendo anche quelle esperienze di trasformazione effettiva che il dispotismo illuminato aveva pure avviato.
Il trattato dimostra come Alfieri non sia uno scrittore strettamente politico perché non si pone il problema dei vari modi come nella concretezza storica si possa arrivare alla coscienza della libertà e all'esigenza di essa. Ad Alfieri questo non interessa, per lui ci sono uomini liberi, così nati, e "turpissimi armenti": è il paradosso nel quale finisce il suo individualismo elitario.
Nel trattato Del principe e delle lettere , in 3 libri, esamina i rapporti fra la monarchia assoluta o principato e le lettere, il danno che la protezione del principe arreca alle lettere, la differenza fra scienze e lettere, l'opposizione tra scrittore e principe. La parte essenziale del libro è dedicata a mostrare che non è affatto vero che la protezione del principe sia vantaggiosa per le lettere. Giacché, a ben considerare la professione delle lettere è dedicata a rappresentare la verità, cosa che non è certo il fine del principe, che è quello di nascondere il vero, contrastandolo così. E poeti come Virgilio, Orazio, Ariosto, Tasso, Racine la cui poesia prosperò all'ombra dei troni non vanno giudicati astrattamente come artisti, ma come uomini mediocri, contrapponendo a loro chi come Dante non è sceso a compromessi. Alfieri cioè vuole far notare come un'opera d'arte non vada considerata secondo solo un criterio estetico, che è un'astrazione, ma essa è una totalità vivente, concreta in cui si proietta tutta l'anima dell'autore e ricade perciò sotto un giudizio anche morale ed intellettuale.
Abbiamo che nelle due opere l'opposizione tirannide/ libertà venga spostata dal campo politico a quello letterario ed ideale approdando ad alcune conclusioni che meritano interesse, quali:
Ad una visione edonistica, consolatoria e di intrattenimento della poesia si sostituisce una visione della poesia come dispensatrice di immortalità
La forma tragica
Alfieri scelse una forma letteraria, la tragedia, la cui funzione storica si stava esaurendo. Perduta la sacralità e la ritualità che aveva avuto alle origine nella Grecia antica (quando il nucleo tragico consisteva nella sottomissione dell'essere umano alle leggi delle divinità e del destino), questo genere era tornato ad avere grande sviluppo in Europa nel 500 e nel 600, legandosi agli ambienti e alle tecniche degli spettacoli di corte e con tematiche rappresentanti gli scontri tra volontà antagoniste legate alla lotta per il potere o ai contrasti sociali. In italia si era venuta legando alla trattatistica politica ispirata alla "ragion di stato" e al clima della Controriforma.
La tragedia italiana per tutto il Settecento ha rivestito un ruolo decisamente minore rispetto alla commedia e al melodramma. Solo con Alfieri torna ad essere un genere di altissimo livello, riuscendo a presentare in forma di contrasto, di urto, di dialogo-azione la complessità dell'azione umana. La tragedia alfierana presenta alcune innovazioni che bisogna tener presente:
Nella forma tragica Alfieri vuole esprimere passioni sublimi e individui grandi, collocati spesso in un passato che favorisca l'idealizzazione, l'intellettualismo e l'astrattezza. Trae gli argomenti dalla storia e dalla mitologia greca; svolge come tema peculiare il contrasto tra "tirannia" e "libertà", sviluppando uno schema politico che si incentra sul tiranno a cui si opppone un uomo libero (eroe positivo), la cui morte ha il significato di una denuncia estrema.
Le tragedie scritte furono 19, ma le più interessanti risultano essere:
Filippo ( di argomento storico). La scena è ambientata alla corte di Madrid, nel pieno dell'assolutismo controriformistico. Filippo II, re di Spagna, odia il figlio don Carlo, principe ereditario, che ama riamato Isabella di Valois, un tempo sua promessa sposa e ora, per ragioni dinastiche, moglie di Filippo stesso. Con la complicità del Consiglio di Corte Filippo accusa Carlo di tradimento e di eresia e lo fa imprigionare: Carlo è costretto al suicidio e Isabella lo segue volontariamente nella morte. La tragedia è rappresentativa delle intenzioni alfieriane. Il motivo dominante è quello della "paura" in cui vivono gli oppressi e lo stesso oppressore. Protagonista tragico è Filippo, il cui comportamento è interamente determinato dalla "ragion di stato".
Antigone (di argomento mitologico). Antigone, figlia di Edipo e sorella di Polinice, viola la legge con cui lo zio Creonte, divenuto tiranno di Tebe, ha ordinato che il cadavere di Polinice, fratello di Antigone, accusato di tradimento, rimanga insepolto dopo la sua morte. Antigone stretta nell'obbligo della legge terrena e di quella celeste, dà sepoltura al fratello venendo così condannata a morte. Antigone potrebbe sfuggire al boia accettando di sposare Emone, figlio di Creonte, che è innamorato di lei. Antigone però preferisce morire piuttosto che accettare il perdono del tiranno che, suo malgrado, è costretto a farla giustiziare. Allore anche Emone disperato si uccide. L'eroe positivo è Antigone.
Virginia (di argomento storico-mitologico). Siamo nella Roma antica, nel periodo repbblicano. il decemviro Appio Claudio, che aspira a diventare tiranno, si invaghisce di Virginia, una fanciulla di onorata famiglia plebea e ordisce un intrigo per impadronirsene. Invano la madre di Virginia, il padre e lo stesso suo innamorato Icilio cercano di mandare a vuoto i piani del tiranno. Allorché Icilio tenta di sollevare la plebe viene accusato ad arte di voler diventare tiranno ed è costretto a darsi la morte. Vista chiusa ogni via per la libertà è Virginio stesso che uccide la figlia per sottrarla al disonore. Toccato dal gesto il popolo insorge.
Saul (di argomento biblico). L'azione si svolge nel campo degli Israeliti (unità di luogo), che si preparano alla battaglia contro i Filistei e si svolge nell'ultimo giorno del regno e della vita di Saul, il primo re di Israele (unità di tempo). I personaggi sono il re Saul; Davide (il migliore dei guerrieri e l'eroe prediletto ormai da Dio) che ne ha sposato la figlia Micol; Micol e il fratello Gionata; Abner, il ministro del re ed esecutore dei sui ordini; il sacerdote Achimelech. L'azione è incentrata sul contrasto tra Saul e Davide (unità d'azione). Saul, sentendosi declinare per la vecchiaia e credendosi abbandonato da Dio per averne offeso i sacerdoti è spinto a incrudelire contro Davide, che odia e ama ( vedendo in lui se stesso da giovane) e che ha bandito dal campo. Nel giorno destinato alla battaglia Micol e Gionata riescono ad ottenere la riconciliazione tra Saul e Davide, ma essa dura poco: a un nuovo insorgere di rabbia Saul scaccia Davide e ordina che Achimelech venga ucciso. Attaccato di sorpresa dai Filistei, si getta nel combattimento; sconfitto si uccide (dopo aver affidato la figlia ad Abner affincé la riporti a Davide) prima di essere fatto prigioniero.
Di fronte alla rivoluzione
L'ultima produzione di Alfieri non presenta particolare importanza se non per la testimonianza che riveste di evoluzione delle sue idee e soprattutto della sua opposizione alle conquiste della Rivoluzione francese, non solo quelle più estremiste e demagogiche. Tra queste opere la più importante è il Misogallo, poesie e prosa costituenti un'invettiva antifrancese.
Forse l'importanza di Alfieri è proprio in questa evoluzione, da teorico della ribellione alla tirannide ad odiatore dell'unica realtà antitirannica che storicamente si attua in Europa nel corso del sec.XVIII. Egli cioè diventa la personificazione del trapasso da un'età ad un'altra, la cui valutazione è particolarmente problematica, a seconda che si valutino i legami con la tradizione o gli elementi di novità. In ogni caso Alfieri si rivela l'autore al quale gli intellettuali italiani del primo Ottocento, nutriti dei sogni di libertà e di unità nazionale, elaborati dal Romanticismo guarderanno con più interesse.